tulipaniegirasoli

Qui c'è la pace in cantiere permanente!

Eccomi

Utente: moleskine81
Nome: Giacomo Ambrosino
Questo è un campo dove raccogliere fiori di pace e libertà..è un campo dove seminarli e lasciare che crescano. E' un campo aperto a chi crede in questi valori.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • Powered by Splinder

M'ama o non m'ama?

visitato *loading* volte









Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare. Federico Fellini


Area Download
Dichiarazione Universale
Diritti dell'Uomo
 
 
 
 
 
 
 
 
domenica, 10 dicembre 2006
È morto Pinochet

Personalmente sono contrario al vento,
…ma questa sera mi viene un sentimento;
lo so che non si dice, non sta bene, non si fa,
ma questa sera lasciami cantar…
È morto Pinochet,
è morto Pinochet
è morto Pinocheee eee eee eeet!

Stolto è goder’ della disgrazia altrui,
ma, in questo caso, la disgrazia è lui.
La Storia questa sera ci da soddisfazione
ed ha tirato forte lo sciacquone…
È morto Pinochet, etc.
Pi – no – c’è – più , Pi – no – c’è – più,
fuori uno – fuori uno!
Pi – no – c’è – più , Pi – no – c’è – più,
uno in meno – uno in meno!
Personalmente sto con le balle al vento,
e non mi pento se sento un sentimento,
e so che il sentimento che sentivo contro il vento
è solo il sentimento di un momento…
Ma è morto Pinochet!

 

(La Famiglia Rossi, nel cd “Discorsi da Bar” del 2003)

 

 

Ebbene sì, il giorno è giunto: l’ex dittatore Augusto Pinochet è morto oggi all'età di 91 anni.

La notizia è stata data dalla tv cilena Canale 7. Repubblica.it

Raccolto da: burundi a 23:10 | petali | commenti (3) |
personaggi

martedì, 14 novembre 2006
La forza di una fotografia

Sul sito di Repubblica sono pubblicati "I migliori scatti della Reuters". Tutti molto belli, anche se tutti molto duri. Ve ne propongo uno che mi ha particolarmente colpito, soprattutto dopo aver letto le parole di David Grossman che ho pubblicato ieri. Si tratta di una donna palestinese che abbraccia un ulivo nel villaggio di Salem: "Tra poco i soldati lo abbatteranno distruggendo 200 fattorie palestinesi. E' il novembre del 2005".

donnaPALESTINESE

Raccolto da: burundi a 14:14 | petali | commenti |
guerra e pace, photogallery, dove son finiti i diritti umani

lunedì, 13 novembre 2006
Le parole di Pace di David Grossman

Una voce coraggiosamente schierata contro la follia della violenza, quella di David Grossman, che ha avuto un figlio ucciso durante la guerra del Libano.

 

Il discorso pronunciato in piazza a Tel Aviv dallo scrittore David Grossman

Il dovere di Israele di scegliere la pace

La nostra dirigenza è vuota di contenuto. Chi ci governa non è in grado di far sì che gli israeliani si rapportino alla loro identità
La maggioranza di noi conosce la soluzione del conflitto: la terra sarà divisa. Perchè continuare a sfibrarci?
La tragedia che ha colpito me e la mia famiglia mi fa vedere cosa è importante e cosa è secondario

DAVID GROSSMAN

Il ricordo di Yitzhak Rabin è un momento di pausa in cui riflettiamo anche su noi stessi. Quest´anno la riflessione non è per noi facile. C´è stata una guerra. Israele ha messo in mostra una possente muscolatura militare dietro la quale ha però rivelato debolezza e fragilità. Abbiamo capito che la potenza militare in mano nostra non può, in fin dei conti, garantire da sola la nostra esistenza. Abbiamo soprattutto scoperto che Israele sta attraversando una crisi profonda, molto più profonda di quanto immaginassimo, una crisi che investe quasi tutti gli aspetti della nostra esistenza.
Parlo qui, stasera, in veste di chi prova per questa terra un amore difficile e complicato, e tuttavia indiscutibile. Come chi ha visto trasformarsi in tragedia, in patto di sangue, il patto che aveva sempre mantenuto con essa. Io sono laico, eppure ai miei occhi la creazione e l´esistenza stessa di Israele sono una sorta di miracolo per il nostro popolo, un miracolo politico, nazionale e umano; e io non lo dimentico neppure per un istante. Anche quando molti episodi della nostra realtà suscitano in me indignazione e sconforto, anche quando il miracolo si frantuma in briciole di quotidianità, di miseria e di corruzione, anche quando la realtà appare una brutta parodia del miracolo, esso per me rimane tale.
‘Guarda o terra, quanto abbiamo sprecato´ scriveva il poeta Shaul Tchernikovsky nel 1938 lamentandosi del fatto che nel suolo della terra di Israele venivano seppelliti, ragazzi nel fiore degli anni. La morte di giovani è uno spreco terribile, lancinante. Ma non meno terribile è che Israele sprechi in modo criminale non solo le vite dei suoi figli ma anche il miracolo di cui è stato protagonista, l´opportunità grande e rara offertagli dalla storia, quella di creare uno stato illuminato, civile, democratico, governato da valori ebraici e universali. Uno stato che sia dimora nazionale, rifugio e anche luogo che infonda un nuovo senso all´esistenza ebraica. Uno stato in cui una parte importante e sostanziale della sua identità ebraica, della sua etica ebraica, sia mantenere rapporti di completa uguaglianza e di rispetto con i suoi cittadini non ebrei. E guardate cosa è successo.
Guardate cosa è successo a una nazione giovane, audace, piena di entusiasmo. Guardate come, quasi in un processo di invecchiamento accelerato, Israele è passato da una fase di infanzia e di giovinezza, a uno stato di costante lamentela, di fiacchezza, alla sensazione di aver perso un´occasione. Com´è successo? Quando abbiamo perso la speranza di poter vivere un giorno una vita migliore? E come possiamo oggi rimanere a guardare, come ipnotizzati, il dilagare della follia, della rozzezza, della violenza e del razzismo in casa nostra?
Com´è possibile che un popolo dotato di energie creative e inventive come il nostro, che ha saputo risollevarsi più volte dalle ceneri, si ritrovi oggi, proprio quando possiede una forza militare tanto grande, in una situazione di inerzia e di impotenza? Situazione in cui è nuovamente vittima, ma questa volta di sé stesso, dei suoi timori, della sua disperazione e della sua miopia.
Uno degli aspetti più gravi messi in luce dalla guerra è che attualmente non esiste un leader in Israele. Che la nostra dirigenza politica e militare è vuota di contenuto. E non mi riferisco agli evidenti errori commessi nella conduzione della guerra o all´abbandono delle retrovie a se stesse. Non mi riferisco nemmeno agli episodi di corruzione, grandi e piccoli, agli scandali, alle commissioni di inchiesta. Mi riferisco al fatto che chi ci governa oggi non è in grado di far sì che gli israeliani si rapportino alla loro identità e tanto meno agli aspetti più sani, vitali e fecondi di essa; non agli elementi della loro memoria storica che possano infondere in loro forza e speranza, che li incoraggino ad assumersi responsabilità gli uni nei confronti degli altri e diano un qualsiasi significato alla sconfortante e spossante lotta per l´esistenza.
La maggior parte dei leader odierni non è in grado di risvegliare negli israeliani un senso di continuità storica e culturale. O di appartenenza a uno schema di valori chiaro, coerente e consolidato negli anni. I contenuti principali di cui l´odierna dirigenza israeliana riempie il guscio del suo governo sono la paura da un lato e la creazione di ansie dall´altro, il miraggio della forza, l´ammiccamento al raggiro, il misero commercio di tutto ciò che ci è più caro. In questo senso non sono dei veri leader. Certo non i leader di cui un popolo tanto disorientato e in una situazione tanto complessa come quella israeliana ha bisogno. Talvolta pare che l´eco del pensiero dei nostri leader, la loro memoria storica, i loro ideali, tutto quello che è veramente importante per loro, non oltrepassi il minuscolo spazio esistente tra due titoli di giornale. O le pareti dell´ufficio del procuratore generale dello Stato. Osservate chi ci governa. Non tutti, naturalmente, ma troppi fra loro. Osservate il loro modo di agire, spaventato, sospettoso, affannato; il loro comportamento viscido e intrigante. Quando è stata l´ultima volta che il Primo Ministro ha espresso un´idea o compiuto un passo in grado di spalancare un nuovo orizzonte agli israeliani? Di prospettare loro un futuro migliore? Quando mai ha intrapreso un´iniziativa sociale, culturale, morale, senza limitarsi a reagire scompostamente a iniziative altrui?
Signor Primo Ministro. Non parlo spinto da un sentimento di rabbia o di vendetta. Ho aspettato abbastanza per non reagire mosso dall´impulso del momento. Questa sera lei non potrà ignorare le mie parole sostenendo che: "Non si giudica una persona nel momento della tragedia". È ovvio che sto vivendo una tragedia. Ma più di quanto io provi rabbia, provo dolore. Provo dolore per questa terra, per quello che lei e i suoi colleghi state facendo. Mi creda, il suo successo è importante per me perché il futuro di noi tutti dipende dalla sua capacità di agire. Yitzhak Rabin aveva imboccato il cammino della pace non perché provasse grande simpatia per i palestinesi o per i loro leader. Anche allora, come ricordiamo, era opinione generale che non avessimo un partner e che non ci fosse nulla da discutere con i palestinesi. Rabin si risolse ad agire perché capì, con molta saggezza, che la società israeliana non avrebbe potuto resistere a lungo in uno stato di conflitto irrisolto. Capì, prima di molti altri, che la vita in un clima costante di violenza, di occupazione, di terrore, di ansia e di mancanza di speranza, esigeva un prezzo che Israele non avrebbe potuto sostenere.
Tutto questo è vero anche oggi, ed è ancora più impellente. Da più di un secolo ormai viviamo in uno stato di conflitto. Noi, cittadini di questo conflitto, siamo nati nella guerra, siamo stati educati nella guerra e, in un certo senso, siamo stati programmati per la guerra. Forse per questo pensiamo talvolta che questa follia in cui viviamo ormai da cento anni sia l´unica, vera realtà. L´unica vita destinata a noi e che non abbiamo la possibilità, o forse neppure il diritto, di aspirare a una vita diversa: vivremo e moriremo con la spada e combatteremo per l´eternità.
Forse per questo siamo così indifferenti al totale ristagno del processo di pace. Forse per questo la maggior parte di noi ha accettato con indifferenza il rozzo calcio sferrato alla democrazia dalla nomina di Avigdor Lieberman a ministro, un potenziale piromane posto a capo dei servizi statali responsabili di spegnere gli incendi. Questi sono anche, in parte, i motivi per cui, in tempi brevissimi, Israele è precipitato nell´insensibilità, nella crudeltà, nell´indifferenza verso i deboli, verso i poveri, verso chi soffre, verso chi ha fame, verso i vecchi, i malati, gli invalidi, il commercio di donne, lo sfruttamento e le condizioni di schiavitù in cui vivono i lavoratori stranieri e verso il razzismo radicato, istituzionale, nei confronti della minoranza araba. Quando tutto questo accade con totale naturalezza, senza suscitare scandali né proteste, io comincio a pensare che anche se la pace giungerà domani, anche se un giorno torneremo a una situazione di normalità, abbiamo forse già perso l´opportunità di guarire.
La tragedia che ha colpito me e la mia famiglia non mi concede privilegi nel dibattito politico ma ho l´impressione che il dover affrontare la morte e la perdita di una persona cara comporti anche una certa lucidità e chiarezza di vedute, per lo meno per quanto riguarda la distinzione tra ciò che è importante e ciò che è secondario, tra ciò che è possibile ottenere e ciò che è impossibile. Tra la realtà e il miraggio.
Ogni persona di buon senso in Israele – e aggiungo, anche in Palestina – sa esattamente quale sarà, a grandi linee, la soluzione del conflitto tra i due popoli. Ogni persona di buon senso è anche consapevole in cuor suo della differenza tra sogno e aspirazione e ciò che è possibile ottenere alla fine di un negoziato. Chi non lo sa, arabo o ebreo che sia, non è già più un possibile interlocutore, è prigioniero di un fanatismo ermetico e non è quindi un possibile partner. Consideriamo un attimo il nostro partner. I palestinesi hanno scelto come loro guida Hamas che rifiuta di negoziare con noi e di riconoscerci. Cosa si può fare in una situazione simile? Cos´altro ci rimane da fare? Continuare a soffocarli? A uccidere centinaia di palestinesi a Gaza, per la maggior parte semplici cittadini come noi?
Si rivolga ai palestinesi, Signor Olmert. Si rivolga a loro al di sopra delle teste di Hamas. Si appelli ai moderati, a chi si oppone, come lei e me, a Hamas e alla sua strada. Si appelli al popolo palestinese. Non si ritragga dinanzi alla sua ferita profonda, riconosca la sua continua sofferenza. Lei non perderà nulla, e neppure Israele, in un futuro negoziato. Solo i cuori si apriranno un poco gli uni agli altri, e questa apertura racchiuderà in sé una forza enorme. In una simile situazione di immobilità e di ostilità la semplice compassione umana possiede la forza di una cataclisma naturale.
Per una volta tanto guardi i palestinesi non attraverso il mirino di un fucile o da dietro le sbarre chiuse di un check point. Vedrà un popolo martoriato non meno di noi. Un popolo conquistato, oppresso e senza speranza. È ovvio che anche i palestinesi sono colpevoli del vicolo cieco in cui ci troviamo. È ovvio che anche loro sono ampiamente responsabili del fallimento del processo di pace. Ma li guardi un momento con occhi diversi. Non solo gli estremisti fra loro. Non solo chi ha stretto un patto di interesse con i nostri estremisti. Guardi la maggior parte di questo povero popolo il cui destino è legato al nostro, che lo si voglia o no.
Si rivolga ai palestinesi, signor Olmert, non continui a cercare ragioni per non dialogare con loro. Ha rinunciato all´idea di un nuovo ritiro unilaterale, e ha fatto bene. Ma non lasci un vuoto che verrebbe immediatamente colmato dalla violenza e dalla distruzione. Intavoli un dialogo. Avanzi una proposta che i moderati (e fra loro sono più di quanto i media ci mostrino) non possano rifiutare. Lo faccia, in modo che i palestinesi possano decidere se accettarla o se rimanere ostaggi dell´Islam fanatico. Presenti loro il piano più coraggioso e serio che Israele è in grado di proporre. La proposta che agli occhi di ogni israeliano e palestinese sensato contenga il massimo delle concessioni, nostre e loro. Non stia a discutere di bazzecole. Non c´è tempo. Se tentennerà, fra poco avremo nostalgia del dilettantismo del terrorismo palestinese. Ci batteremo il capo urlando: come abbiamo potuto non fare ricorso a tutta la nostra elasticità di pensiero, a tutta la creatività israeliana, per strappare i nostri nemici dalla trappola in cui si sono lasciati cadere?
Proprio come ci sono guerre combattute per mancanza di scelta, c´è anche una pace che si rincorre per "mancanza di scelta". Non abbiamo scelta, né noi né loro. E dobbiamo aspirare a questa pace forzosa con la stessa determinazione e creatività con cui partiamo per una guerra forzosa. Perché non c´è scelta e chi ritiene che ci sia, che il tempo giochi a nostro favore, non capisce i processi pericolosi in cui già ci troviamo.
E più in generale, signor Primo Ministro, forse dovremmo rammentarle che se un qualsiasi leader arabo invia segnali di pace – anche impercettibili e titubanti – lei ha il dovere morale di rispondere. Ha il dovere di verificare immediatamente l´onestà e la serietà di quel leader. Deve farlo per coloro ai quali chiede di sacrificare la vita nel caso scoppi una nuova guerra. E quindi, se il presidente Assad dice che la Siria vuole la pace – per quanto lei non gli creda e tutti noi nutriamo sospetti nei suoi confronti – deve offrirgli di incontrarlo subito. Senza aspettare nemmeno un giorno. In fondo, non ha aspettato nemmeno un´ora a dare inizio all´ultima guerra. Si è lanciato nell´offensiva con tutte le sue forze. Con tutte le armi a disposizione e tutta la loro potenza distruttiva. Allora perché quando c´è un segnale di pace lei si affretta a respingerlo, a lasciarlo svanire? Cos´ha da perdere? Nutre forse dei sospetti nei confronti del presidente siriano? Allora gli presenti delle condizioni tali da rivelare la sua macchinazione. Gli proponga un processo di pace che duri qualche anno e alla fine del quale, se tutte le condizioni e le restrizioni verranno rispettate, gli verranno restituite le alture del Golan. Lo costringa al dialogo. Agisca in modo che nella coscienza del popolo siriano si delinei anche questa possibilità. Dia una mano ai moderati, che sicuramente esistono anche lassù. Cerchi di plasmare la realtà, non di esserne solo un collaborazionista. È stato eletto per questo. Esattamente per questo.
E in conclusione. È ovvio che non tutto dipende da noi e ci sono forze grandi e potenti che agiscono in questa regione e nel mondo e alcune di loro – come l´Iran e come l´Islam radicale – non hanno buone intenzioni nei nostri confronti. Eppure molto dipende da come agiremo noi, da ciò che saremo. Attualmente non esiste grande disparità tra la sinistra e la destra. La stragrande maggioranza degli israeliani capisce ormai – per quanto alcuni senza troppo entusiasmo – quale sarà a grandi linee la soluzione del conflitto: questa terra verrà divisa, sorgerà uno stato palestinese. Perché, quindi, continuare a sfibrarci in una querelle intestina che dura da quasi quarant´anni?! Perché la dirigenza politica continua a rispecchiare le posizioni dei radicali e non quelle della maggior parte degli elettori? Dopo tutto la nostra situazione sarebbe migliore se raggiungessimo un´intesa nazionale prima che le circostanze – pressioni esterne, una nuova Intifada o una nuova guerra – ci costringano a farlo. Se lo faremo risparmieremo anni di versamenti di sangue e di spreco di vite umane. Anni di terribili errori.
Mi appello a tutti, ai reduci dalla guerra che sanno che dovranno pagare il prezzo del prossimo scontro armato, ai sostenitori della destra, della sinistra, ai religiosi e ai laici: fermatevi un momento, guardate l´orlo del baratro, pensate a quanto siamo vicini a perdere quello che abbiamo creato. Domandatevi se non sia arrivata l´ora di riscuoterci dalla paralisi, di fare una distinzione tra ciò che è possibile ottenere e ciò che non lo è, di esigere da noi stessi, finalmente, la vita che meritiamo di vivere.

(Repubblica 5 novembre 2006)

Raccolto da: burundi a 18:44 | petali | commenti |
appelli, cantieri di pace

sabato, 11 novembre 2006
Un doppio tradimento

Segnalo da «La Repubblica» di ieri (venerdì 10 novembre 2006) una di quelle notizie che hanno il potere di farmi innervosire terribilmente e allo stesso tempo sfiancarmi per la delusione. È come un tradimento. Doppio.

 

Denuncia del presidente del Fondo per l'ambiente in Italia Giulia Maria Crespi
"Me lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta"

"L'8 per mille dato dagli italiani per l'arte
andato in gran parte per la guerra in Iraq"

Legambiente: "Grave inganno per i cittadini. Aumenta sfiducia verso le istituzioni"
Il sottosegretario: "Useremo il contributo per le finalità stabilite dalla legge"


ROMA - "Sono rimasta strabiliata che l'8 per mille dato dai cittadini italiani per l'arte, la cultura e il sociale sia andato in gran parte per la guerra in Iraq e solo una minima parte per la fame nel mondo". Lo ha detto il presidente del Fai, Fondo per l'ambiente in Italia, Giulia Maria Crespi aprendo a Roma il convegno nazionale sul tema "La riscossa del patrimonio. Beni culturali, paesaggio e rilancio economico". "A rivelarmelo è stato Enrico Letta - ha aggiunto - il quale a suo tempo lo aveva riferito in una conferenza stampa ma era stato riportato solo in un trafiletto di giornale".
Le parole di Letta. "Il Consiglio dei ministri di oggi ha affrontato la questione dell'8 per mille per quel che riguarda la quota statale", disse lo scorso 31 agosto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta. "Questa quota - aggiunse Letta - all'incirca 110 milioni di euro, con le finanziarie degli anni scorsi è stata decurtata, e i fondi usati per altri scopi", rispetto a quelli previsti: restauro dei beni culturali, lotta alla fame, assistenza ai rifugiati, calamità naturali.
Per questo, secondo il sottosegretario, "abbiamo trovato soltanto 4,7 milioni di euro sugli oltre 100 che dovevano essere disponibili". Una scelta, sottolineò Letta a proposito del precedente governo, "che si commenta da sola, e che noi critichiamo".
Questo, proseguì Letta, "a fronte di 1.600 domande per oltre 630 milioni di euro". Una situazione che ha costretto il governo Prodi a fare delle scelte: "Abbiamo deciso di usare i 4,7 milioni di euro solo per un capitolo dei 4 per i quali vengono impiegate queste risorse: l'assistenza ai rifugiati e le calamità naturali".

Legambiente. "Sicuramente quando hanno firmato per l'8 per mille allo Stato non pensavano di andare a finanziare la missione in Iraq. Un grave inganno per gli italiani", afferma Roberto Della Seta, presidente di Legambiente. "Se la denuncia della signora Crespi fosse vera - continua Della Seta - si tratterebbe di un atto gravissimo non solo per l'effetto diretto, e cioè i soldi sottratti ai Beni culturali, ma anche per quello indiretto che si traduce nell'aumento della sfiducia dei cittadini verso le istituzioni".

La replica di Letta. Con la prossima finanziaria l'8 per mille tornerà ad essere utilizzato "per le finalità stabilite dalla legge". Lo ha assicurato in serata il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta da Verona, dove si trova per un foro di dialogo italo-spagnolo. Letta ha confermato che "negli anni scorsi l'8 per mille è stato mal utilizzato". Più in particolare "nella finanziaria del 2005 - ha precisato - è stato dirottato su finalità che non avevano nulla a che fare con l'8 per mille. Ma già con questa finanziaria - ha concluso - abbiamo intenzione di cambiare usanza".

Raccolto da: burundi a 14:59 | petali | commenti |
guerra e pace, politica, scusate se è poco

giovedì, 02 novembre 2006
Parla di fogne, lui!

Parallela all’escalation criminale che sta insanguinando Napoli e sconvolgendo la vita dei suoi tantissimi cittadini degni e onesti, c’è da segnalare l’escalation di insulti e stupidità pronunciate da Roberto Calderoli, ex ministro leghista della Repubblica che schifa:

Domenica 29 ottobre aveva dichiarato: «L'esercito serve più a Napoli che in Libano, Iraq o Afghanistan, per riportare lo stato di diritto. Dopo quello che è successo in questi giorni Napoli non ha più nulla da invidiare al Libano, all'Iraq e all'Afghanistan, per cui, forse, faremmo meglio, al posto che tentare di portare improbabili democrazie negli altri Paesi, a riportare lo stato di diritto in una città e in una regione dove, tranne che i kamikaze, hanno ormai visto tutto. Portiamo il nostro esercito a Napoli, in Campania, e subito dopo chiediamo le dimissioni di Bassolino e della Iervolino per manifesta incapacità di gestire l'emergenza, un'emergenza che non è solo quella dei rifiuti, ma quella del mettere in discussione il diritto stesso della vita. E come si sa il pesce puzza dalla testa» [La Repubblica];

Martedì 31 ottobre, inoltre, aveva detto: «Alla guerra si risponde con l'esercito e con leggi speciali, come si fece a suo tempo con la mafia. [Per frenare l'emergenza criminalità a Napoli bisogna] inviare i reparti speciali reduci dal Kosovo, dall'Iraq e dall'Afghanistan: un posto di blocco a Napoli ormai può essere pericoloso come un check point di Baghdad e questi reduci sono capaci o in grado di affrontarli» [Ansa];

Ieri, mercoledì 1 novembre, infine (e alla grande), ha vomitato la frase seguente: «Napoli è una fogna che va bonificata» [Ansa].

La cosa più odiosa degli interventi di questo onorevole (mentre scrivo questa parola mi viene in mente una smorfia di Totò…) è che spostano sempre l’attenzione dal centro del problema al suo modo di liquidarlo con battute, banalità, qualunquismo e volgarità.
Come ha scritto oggi Antonio Fiore sul «Corriere del Mezzogiorno», fortunatamente non è più ministro, anche se è ancora parlamentare: «Carica che, purtroppo, non è incompatibile con l’idiozia».

Baci e abbracci dalla fogna.

Raccolto da: burundi a 15:58 | petali | commenti (1) |
degenerazioni

martedì, 31 ottobre 2006
L'esercito a Napoli?

La strage, ormai, è quotidiana. Poco fa sono state ammazzate altre tre persone nel napoletano. Il Presidente Napolitano si dice angosciato e sempre più insistentemente si parla di inviare l’esercito a Napoli.

Sandro Ruotolo sul suo blog ha scritto parole sconfortanti: «Napoli è persa. Non si tratta più di alzare bandiera bianca. C'è una classe dirigente che non sembra all'altezza della situazione che è degenerata oltre misura. Non c'è solo "o sistema" da contrastare. La camorra divisa in una miriade di clan che non ha più regole, codici. C'è una violenza diffusa, un imbarbarimento complessivo della società sul quale si dovrebbe interrogare il ceto politico. […] A Napoli invocano l'esercito. Non serve.  La città è sommersa da cumuli di immondizia. Non è più accettabile parlare di emergenza rifiuti» [continua qui]. E poi, ancora a riguardo dell’invio dell’esercito, ha aggiunto: «Una cosa è la camorra, un'altra è il tabaccaio che reagisce alla rapina, un'altra cosa  è il ragazzino che per gelosia ammazza il rivale. Certo la militarizzazione può rassicurare un'opinione pubblica profondamente turbata che si sente insicura e abbandonata.  Ma la militarizzazione del territorio non ha ottenuto risultati soddisfacenti. […] Ci vogliono fermezza, repressione e pene certe ma anche la ricostruzione di un tessuto sociale ed economico per creare le condizioni di una via d'uscita da questa che è diventata una situazione insostenibile dove la violenza è diventata pratica quotidiana. Napoli è ormai oltre ogni limite. Occorrono, e non mi stancherò mai di sottolinearlo, più investigatori, più intelligence. Occorre una presenza continua e non episodica delle forze dell'ordine sul territorio. Occorre che la politica dia risposte. […] Quello che a Roma è illegale a Napoli diventa un optional. Non è più tollerabile. A Napoli mancano le regole, i codici etici. E' saltata la convivenza civile» [continua qui].

Giuro, non so che aggiungere. L'esercito non lo vorrei, ma tutto questo sangue come lo fermiamo?

Raccolto da: burundi a 19:13 | petali | commenti (1) |
crisi, dedichiamoci

domenica, 15 ottobre 2006
Non lasciamo solo Roberto Saviano

Oggi ho ricevuto un appello con cui si chiede di non lasciare solo Roberto Saviano, l’autore di “Gomorra” (io ne ho parlato sul mio Taccuino), dopo le ripetute minacce subite dai clan camorristici e la solitudine ambientale che sta subendo.
La camorra preferisce il silenzio, ecco perché credo sia profondamente giusto farsi sentire proprio in questo momento.

«Non so quanti di voi abbiano letto "Gomorra" di Roberto Saviano.
Io lo sto consigliando a tutti, anche se so che alcuni qui hanno remore a comprare Mondadori.
Fatevelo prestare.
Sedetevi da Feltrinelli e leggetevlo lì.
Rubatelo.
Fate quello che volete ma leggetelo.
In realtà non so neanche perché scrivo questa mail ma le ultime notizie sono abbastanza sconfortanti: secondo le dinamiche che Saviano ben conosce e ben ha descritto nel suo libro chi denuncia e porta i problemi alla superficie viene prima lasciato solo, poi ammazzato.

Donna Rosetta lo ha pubblicamente insultato, dopo avere chiesto mesi fa i danni a Santoro perché "denigrava" la città.
Sarà che da fastidio al sindaco borghese che uno le dice che in fondo è collusa se non fa niente, e che la città è diventata una merda.
Se lo ammazzano anche colpa di Donna Rosa, dunque, e di tutti quelli che la pensano come lei e lei autorizza e giustifica istituzionalmente col suo comportamento.

Si si, forse non ho "legittimità di parola" perché sono lontano e quando c'ero non ho mai fatto nulla.
Forse è così, ma almeno cerchiamo di fare sentire a quel matto che non è solo (potrebbe non interessargli, forse).

Il primo link è un sito creato da giovani che lo sostengono, il secondo è all'Espresso, da cui potete poi andare ai suoi artcioli usciti sulla stessa rivista.

http://www.sosteniamosaviano.net/   
http://kataweb-ilcaso.temi.kataweb.it/2006/10/13/roberto-saviano-non-e-solo/

Saluti, Fabio»

Raccolto da: burundi a 15:29 | petali | commenti |
appelli, dedichiamoci, libertà di stampa

sabato, 14 ottobre 2006
600 mila morti

Questo il costo, secondo un nuovo studio americano, della guerra in Iraq.
L'amministrazione Bush ridimensiona i numeri, ma anche un rapporto del Pentagono ammette che la situazione sta peggiorando.

Il New York Times ha anticipato ieri i risultati di uno studio della Scuola medica Bloomberg della Johns Hopkins sul numero dei morti civili iracheni dal 2003 a oggi. Lo studio, che uscirà per Lancet, prestigiosa rivista inglese di medicina, situa questo numero tra 426.369 - 793.663. I morti iracheni sarebbero quindi una media di 601.027.
Se le cifre riportate sono esatte questo significa che il numero di morti iracheni corrisponde al 3 per cento dell’intera popolazione. Significa che il numero delle vittime per ogni mese sale a 15 mila, più o meno il quadruplo di quelle registrate solo lo scorso luglio, considerato dal governo iracheno il peggior mese per decessi del 2006.
Ma rimettendo ad altri luoghi la discussione sull’attendibilità di tali risultati (che prevedono un range di errore molto ampio e sembrano molto lontani anche dalle cifre dell’Iraq Body Count, il database pubblico e indipendente che ‘tiene il conto’, sulla base di quanto riportato da media e fonti militari, degli iracheni morti in seguito ad azioni militari e che li stima al massimo a 49 mila), il dato interessante è uno.
Al di là della verità e dei numeri, lo studio pubblicato da Lancet, i calcoli di IBC e il rapporto del Pentagono Measuring Stability and Security in Iraq dicono la stessa cosa. Affermano che il numero di morti in Iraq sta progressivamente aumentando. Per il Pentagono, per esempio, la media giornaliera è passato da 26 vittime irachene del 2004 a 120 nel 2006.
Per il segretario della Difesa Donald Rumsfeld la ragione è semplice e acquietante. Come ha affermato all'inizio della guerra: "Nulla è perfetto e le cose succedono perché la libertà è disordine". Il fatto è che neppure le prospettive appaiono incoraggianti. Anzi, la situazione sembra destinata a peggiorare. I piani in proposito parlano chiaro: il numero delle truppe statunitensi in Iraq rimarrà invariato, rispetto ai livelli attuali (14 brigate, cioè oltre 140 mila militari tra esercito e marines), fino a tutto il 2010. A rivelarlo è stato il generale Peter Schoomaker, che dichiara: non si tratta di fare previsioni, ma di "avere abbastanza munizioni nel caricatore per potere continuare a sparare fin quando vogliono che spariamo".

Diario.it, 12 ottobre 2006

Raccolto da: burundi a 16:16 | petali | commenti |
stragi, dove son finiti i diritti umani

venerdì, 13 ottobre 2006
Lettera da Giovanni

Carissim*,

 

certi titoli, certe espressioni, certi epiteti li avevo letti ne “L’orda” di Gian Antonio Stella quando erano rivolti agli emigrati italiani in giro per il mondo, e al massimo potevo immaginare che li pronunciassero i razzisti più biechi. Invece ancora oggi, proprio in Italia, ci sono giornalisti di quotidiani nazionali che possono scrivere articoli dal titolo «Un’etnia sempre in cronaca nera»: Augusto Parboni su “Il Tempo” di martedì 3 ottobre 2006 (ma l’ho scoperto solo stasera leggendo BlogFriends).

Vi si descrive quella che è «la razza più violenta, pericolosa, prepotente, capace di uccidere per una manciata di spiccioli»: i rumeni. Questa «razza» «È capace di compiere truffe milionarie grazie all’alta conoscenza delle tecnologie. Non ha paura di nulla, disprezza anche la vita di donne e bambini che non raggiungono i dieci anni d’età. E si appresta addirittura a entrare nell’Unione europea».

Amici, state per vomitare? Lo immagino, ma leggete ancora: «La donna rumena, quando invece riesce a non finire nelle mani dei «padroni», con la sua bellezza dell’Est riesce a incantare anziani ricchi e farsi sposare per ottenere la cittadinanza, e perché no, il conto in banca». Io non ce la faccio più… se volete, proseguite la lettura qui.

Il giorno dopo (mercoledì 4 ottobre 2006) l’ambasciatore rumeno nel nostro Paese Cristian Colteanu ha scritto una lettera giustamente sconcertata e indignata al direttore de “Il Tempo”: qui.

 

Sconcertato e indignato anch’io, vi auguro una buona serata.

G.

 

 

 

*************************************************
Visita "il Taccuino dell'Altrove"
il mio blog su http://gugg.splinder.com

*************************************************

Raccolto da: moleskine81 a 16:50 | petali | commenti |
news, epistole

giovedì, 12 ottobre 2006
Giochiamo a nascondino?

Dov'era Osama l'11 settembre 2001?

"Andare a caccia di bin Laden" e' servito, negli ultimi 5 anni, per sostenere la leggenda del "terrorista piu' ricercato al mondo", che "perseguita gli americani e altri milioni di persone in tutto il mondo".
Michel Chossudovsky (Michel Chossudovsky e’ l’autore di “War on Terrorism”, Global Resarch, 2005. E’’ professore di economia all’Universita’ di Ottawa e Direttore del Centro di Ricerca sulla Globalizzazione.)
Fonte: Globalresearch.ca - 9 settembre 2006
10 ottobre 2006
Donald Rumsfeld ha affermato ripetutamente che non si sapeva dove si trovasse Osama bin Laden: "E' come cercare un ago in un pagliaio".
Nel novembre 2001 dei bombardieri US B-52 bombardarono a tappeto una rete di caverne nelle montagne di Tora Bora, nell'Afghanistan orientale, dove si supponeva si nascondessero Osama bin Laden e i suoi seguaci. Queste caverne venivano descritte come "l'ultima roccaforte di Osama".
Gli analisti dell'intelligence della CIA conclusero in seguito che Osama era scappato dalla sua caverna nelle montagne di Tora Bora nella prima settimana di dicembre 2001. E nel gennaio 2002 il Pentagono lanciò una ricerca a livello mondiale per rintracciare Osama e i suoi massimi luogotenenti oltre i confini con l'Afghanistan. Questa operazione, che il Segretario di Stato Colin Powell defini' una "caccia scottante", fu condotta col supporto della "comunita' internazionale" e degli alleati europei dell'America. A questo proposito le autorita' dell'intelligence statunitense confermarono che "mentre al Qaeda e' stata significativamente frammentata... l'uomo piu' ricercato, bin Laden stesso, rimane un passo avanti agli Stati Uniti, col nucleo della sua rete terroristica mondiale in ordine" (Global News Wire, Asia Africa Intelligence Wire, InfoProd, 20 gennaio 2002).
Negli ultimi cinque anni l'apparato militare e dei servizi segreti statunitensi (con costi considerevoli per noi contribuenti statunitensi) ha "cercato Osama".
Venne costituita una unita' della CIA con un budget di svariati milioni di dollari con il mandato di trovare Osama. Questa unita' fu apparentemente smantellata nel 2005. "Gli esperti dei servizi segreti concordano "che si nasconda in un'area remota del Pakistan", ma "non riusciamo a trovarlo".
"La maggior parte degli analisti dei servizi segreti sono convinti che Osama bin Laden si trovi da qualche parte sul confine tra Pakistan e Afghanistan. Recentemente si e' detto che probabilmente e' nelle vicinanze della cima dell'Hindu Kush Tirich Mir, alta 7700 metri, nell'area tribale di Chitral nel Pakistan nord-occidentale". (Hobart Mercury, Australia, 9 settembre 2006).
Il presidente Bush ha ripetutamente promesso che l'avrebbe "stanato" dalla sua caverna, l'avrebbe catturato vivo o morto, se necessario con assalti via terra o attacchi missilistici. Secondo una recente affermazione del presidente Bush, Osama si nasconderebbe in una remota area del Pakistan che "e' estremamente montuosa ed inaccessibile,.... con montagne alte da 2.700 a 4.500 metri". Non riusciamo a prenderlo perche', secondo il presidente, mancano le infrastrutture per le comunicazioni che ci permetterebbero effettivamente di andarlo a prendere (citazione dal Balochistan Times, 23.04.2006).
La ricerca di Osama e' diventata un processo altamente ritualizzato che nutre la catena dell'informazione su base quotidiana. Non e' solo parte della campagna di disinformazione dei media, ma fornisce anche una giustificazione per l'arresto arbitrario, la detenzione e la tortura di numerosi "sospetti", "combattenti nemici" e "complici", che si presume potrebbero sapere dove si trova Osama. E quest'informazione e' ovviamente "vitale" per "la sicurezza degli Americani".
La ricerca di Osama serve obiettivi tanto politici quanto militari. I Democratici e i Repubblicani fanno a gara nel loro proposito di estirpare il "terrorismo islamico".
"La strada verso l'11 settembre", una serie di 5 ore della ABC sulla "ricerca di Osama" che debuttera' il 10 e 11 settembre per ricordare il quinto anniversario degli attacchi, accusa casualmente Bill Clinton di "essere stato troppo occupato con lo scandalo di Monica Lewinsky per combattere il terrrorismo". Il messaggio del filmato e' che i democratici trascurarono la "guerra al terrorismo".
Il fatto e' che ogni singola amministrazione fin dai tempi di Jimmy Carter ha sostenuto e finanziato la rete del "terrorismo islamico" creata dall'amministrazione Carter fin dall'inizio della guerra tra Unione Sovietica e Afghanistan (cfr. "Who is Osama bin Laden?" di Michel Chossudovsky, 12 settembre 2001).

DOV'ERA OSAMA L'11 SETTEMBRE?
Ci sono prove secondo cui l'amministrazione Bush saprebbe dove si trova Osama.
Il 10 settembre 2001 il "nemico numero uno" si trovava in un ospedale militare pakistano a Rawalpindi, per gentile concessione dell'indefettibile alleato dell'America, il Pakistan, come confermato dal rapporto di Dan Rather della CBS News (v. il nostro articolo dell'ottobre 2003 su questo argomento).
Avrebbe potuto essere arrestato in breve tempo, il che ci avrebbe "risparmiato un sacco di guai", ma allora non avremmo avuto la leggenda di Osama, che ha nutrito la catena dell'informazione tanto quanto i discorsi di George W. nel corso degli ultimi cinque anni.
Secondo Dan Rather, della CBS, bin Laden fu ricoverato a Rawalpindi un giorno prima degli attacchi dell'11 settembre, il 10 settembre 2001.

"Pakistan. I servizi segreti militari pakistani (ISI) hanno riferito alla CBS che bin Laden era stato sottoposto a dialisi a Rawalpindi, nel quartier generale dell'esercito pakistano.
DAN RATHER, CONDUTTORE DELLA CBS: mentre gli Stati Uniti e i loro alleati nella guerra al terrorismo spingono sulla caccia a Osama bin Laden, la CBS News stasera ha delle informazioni esclusive su dove si trovava Osama bin Laden e su cosa stava facendo nelle ultime ore prima che i suoi seguaci attaccassero gli Stati Uniti l'11 settembre. Questo e' il risultato del duro lavoro investigativo di un team di giornalisti della CBS News, e di uno dei migliori corrispondenti esteri nel campo, Barry Petersen della CBS. Ecco il suo articolo:
(INIZIO DEL NASTRO) BARRY PETERSEN, CORRISPONDENTE DELLA CBS (voce fuori campo):
Tutti ricordiamo cosa accadde l'11 settembre. Questa e' la storia di cosa avrebbe potuto succedere la notte precedente. E' un racconto contorto quanto la caccia a Osama bin Laden. Alla CBS News e' stato riferito che la notte precedente l'attentato terroristico dell'11 settembre Osama bin Laden era in Pakistan. Stava ricevendo delle cure mediche con il supporto di quegli stessi militari che alcuni giorni dopo si impegnarono per sostenere la guerra statunitense al terrore in Afghanistan.
Fonti dei servizi segreti pakistani hanno riferito alla CBS News che bin Laden fu introdotto di nascosto nell'ospedale militare di Rawalpindi per essere sottoposto a dialisi renale. Quella notte, dice un'operatrice sanitaria che vuole che la sua identita' rimanga nascosta, tutto lo staff regolare del reparto di urologia fu spostato e fu inviato un team segreto per rimpiazzarlo. Dice che si trattava di un trattamento per una persona molto speciale. Il personale specializzato ovviamente non era all'altezza.
"I militari lo circondarono", dice un altro impiegato dell'ospedale che pure vuole che la sua identita' venga tenuta nascosta, "e vidi che il misterioso paziente veniva aiutato a uscire da un'automobile. Da allora", dice, "ho visto molte foto di quell'uomo. E' l'uomo che conosciamo come Osama bin Laden. Sentii anche due ufficiali dell'esercito parlare tra loro. Dicevano che Osama bin Laden andava sorvegliato attentamente e che dovevano badare a lui". Chi conosce bin Laden dice che soffre di numerosi disturbi, problemi alla schiena e allo stomaco. Ahmed Rashid, che ha scritto ampiamente sui talebani, dice che l'esercito lo ha aiutato spesso prima dell'11 settembre.
PETERSEN (in video): "I dottori dell'ospedale hanno riferito alla CBS News che quella notte non accadde nulla di speciale, ma hanno respinto la nostra richiesta di vedere i registri. Stasera gli ufficiali del governo hanno negato che bin Laden abbia ricevuto qualsiasi trattamento medico quella notte.
(Voce fuori campo). Ma e' stato il presidente del Pakistan Musharraf a dichiarare pubblicamente ciò che molti sospettavano, che bin Laden soffre di una malattia renale, dicendo di pensare che bin Laden sia prossimo alla morte. Ne e' prova il recente video che mostra un bin Laden pallido e smunto, con la mano sinistra che non si muove. Gli ufficiali dell'amministrazione Bush ammettono di non sapere se bin Laden sia malato o addirittura morto.
DONALD RUMSFELD, SEGRETARIO ALLA DIFESA: per quanto riguarda il problema della salute di bin Laden, io non ho... non ne so nulla.
PETERSEN: gli Stati Uniti non hanno modo di sapere chi nei servizi segreti o nell'esercito pakistano abbia sostenuto i talebani o Osama bin Laden forse fino alla notte precedente l'11 settembre organizzando la dialisi per mantenerlo in vita. Allo stesso modo gli Stati Uniti non possono sapere se quelle stesse persone potrebbero aiutarlo di nuovo, magari a raggiungere la liberta'."
Barry Petersen, CBS News, Islamabad.
(FINE DEL VIDEO). FINE.

Andrebbe notato che l'ospedale e' sotto la diretta giurisdizione delle Forze Armate Pakistane, che sono strettamente collegate con il Pentagono. I consiglieri militari statunitensi con base a Rawalpindi lavorano a stretto contatto con le Forze Armate Pakistane. Di nuovo, non e' stato fatto nessun tentativo per arrestare il piu' noto fuggiasco, ma forse bin Laden stava servendo uno "scopo migliore". All'epoca Rumsfeld dichiaro' di non avere nessuna notizia circa la salute di Osama (CBS News, 28 gennaio 2002).
Il resoconto della CBS e' un'informazione cruciale per comprendere l'11 settembre.
Confuta l'affermazione dell'amministrazione secondo cui non si conoscerebbe il nascondiglio di bin Laden. Indica una connessione col Pakistan, suggerisce una copertura ai massimi livelli dell'amministrazione Bush.
Dan Rather e Barry Petersen non riescono a cogliere le implicazioni del loro servizio del gennaio 2002. Suggeriscono che gli Stati Uniti furono deliberatamente fuorviati dagli ufficiali dei servizi segreti pakistani. Non si pongono la domanda:
"Perche' l'amministrazione statunitense afferma di non poter trovare Osama?"
Se devono attenersi al loro resoconto, la conclusione e' ovvia. L'amministrazione mente. Il nascondiglio di Osama era conosciuto.
Se il resoconto della CBS e' accurato e Osama venne effettivamente ricoverato nell'ospedale militare pakistano il 10 settembre, per gentile concessione dell'alleato dell'America, o si trovava in ospedale a Rawalpindi l'11 settembre, quando si verificarono gli attacchi, o era stato dimesso nelle ultime ore prima degli attacchi.
In altre parole, la mattina del 12 settembre, mentre il Segretario di Stato Colin Powell iniziava i negoziati col Pakistan allo scopo di arrestare ed estradare bin Laden, gli ufficiali statunitensi sapevano dove si trovava Osama. Questi negoziati, condotti dal generale Mahmoud Ahmad, capo dei servizi segreti militari pakistani per conto del governo del Presidente Pervez Musharraf, si svolsero il 12 e il 13 settembre nell'ufficio del Vicesegretario di Stato Richard Armitage.
Osama avrebbe potuto essere arrestato in poco tempo il 10 settembre 2001. Ma in quel modo non avremmo avuto il privilegio di 5 anni di storie su bin Laden raccontate dai media. L'amministrazione Bush ha un disperato bisogno della finzione di un "nemico esterno dell'America".
L'Al Qaeda di Osama bin Laden, conosciuta e documentata, e' la costruzione dell'apparato dell'intelligence statunitense. La funzione essenziale di Osama e' quella di dare un volto alla "lotta al terrorismo". L'immagine dev'essere vivida.
Secondo la Casa Bianca, la "maggiore minaccia per noi e' quest'ideologia di estremismo violento, il cui massimo sostenitore pubblico e' Osama bin Laden. Bin Laden rimane l'obiettivo numero uno, in termini di nostri sforzi, ma non e' il solo obiettivo." (recente affermazione dell'Assistente alla Sicurezza Interna della Casa Bianca, Frances Townsen, 5 settembre 2006).
La dottrina della sicurezza nazionale si basa sulla finzione di terroristi islamici guidati da Osama bin Laden, ritratti come la "minaccia al mondo civilizzato". Usando le parole del Presidente Bush, "bin Laden e i suoi alleati terroristi hanno reso le loro intenzioni chiare quanto Lenin e Hitler prima di loro. Il punto e': li ascolteremo? Porremo attenzione a ciò che dicono questi uomini malvagi? Stiamo attaccando. Non ci fermeremo. Non indietreggeremo. E non smetteremo di lottare fino a quando questa minaccia per la civilta' non sara' stata eliminata." (citato dalla CNN, 05.09.2006).
La "caccia scottante" ad Osama nelle accidentate aree montane del Pakistan deve continuare, perche' senza Osama, al quale si fa riferimento fino alla nausea nei notiziari e nelle dichiarazioni ufficiali, la fragile legittimita' dell'amministrazione Bush collasserebbe come un castello di carte.
Inoltre, la ricerca di Osama protegge i reali architetti degli attacchi dell'11 settembre. Mentre non ci sono prove che Al Qaeda fosse dietro gli attacchi dell'11 settembre, come rivelato da numerosi studi e documenti, ci sono sempre maggiori prove della complicita' e della copertura fornite dai massimi livelli dello Stato, dall'apparato militare e dai servizi segreti.
Il continuo arresto di presunti complici e sospetti dell'11 settembre non ha nulla a che fare con la "sicurezza nazionale". Crea l'illusione che dietro ai complotti terroristici ci siano arabi e musulmani, accantonando la conduzione di una vera indagine criminale sugli attacchi dell'11 settembre. E ciò con cui abbiamo a che fare e' la criminalizzazione dei piu' alti gradi dello Stato.

Note:

Traduzione di Martina Perazza per Peacelink
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
fonte, l'autore e il traduttore.
Link al testo originale in inglese:
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=CHO20060909&articleId=3194

Raccolto da: moleskine81 a 09:54 | petali | commenti (1) |
personaggi



Le api che si son posate su di noi:

utente anonimo in Ricette dal mondo sc...

Campo di fiori

oggi
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004

Tulipani&Girasoli





Emergency
wwf

leggeteci in pace


control arms