
Nome: Giacomo Ambrosino
Questo è un campo dove raccogliere fiori di pace e libertà ..è un campo dove seminarli e lasciare che crescano. E' un campo aperto a chi crede in questi valori.
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Segnalo da «La Repubblica» di ieri (venerdì 10 novembre 2006) una di quelle notizie che hanno il potere di farmi innervosire terribilmente e allo stesso tempo sfiancarmi per la delusione. È come un tradimento. Doppio.
ROMA - "Sono rimasta strabiliata che l'8 per mille dato dai cittadini italiani per l'arte, la cultura e il sociale sia andato in gran parte per la guerra in Iraq e solo una minima parte per la fame nel mondo". Lo ha detto il presidente del Fai, Fondo per l'ambiente in Italia, Giulia Maria Crespi aprendo a Roma il convegno nazionale sul tema "La riscossa del patrimonio. Beni culturali, paesaggio e rilancio economico". "A rivelarmelo è stato Enrico Letta - ha aggiunto - il quale a suo tempo lo aveva riferito in una conferenza stampa ma era stato riportato solo in un trafiletto di giornale".
Le parole di Letta. "Il Consiglio dei ministri di oggi ha affrontato la questione dell'8 per mille per quel che riguarda la quota statale", disse lo scorso 31 agosto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta. "Questa quota - aggiunse Letta - all'incirca 110 milioni di euro, con le finanziarie degli anni scorsi è stata decurtata, e i fondi usati per altri scopi", rispetto a quelli previsti: restauro dei beni culturali, lotta alla fame, assistenza ai rifugiati, calamità naturali.
Per questo, secondo il sottosegretario, "abbiamo trovato soltanto 4,7 milioni di euro sugli oltre 100 che dovevano essere disponibili". Una scelta, sottolineò Letta a proposito del precedente governo, "che si commenta da sola, e che noi critichiamo".
Questo, proseguì Letta, "a fronte di 1.600 domande per oltre 630 milioni di euro". Una situazione che ha costretto il governo Prodi a fare delle scelte: "Abbiamo deciso di usare i 4,7 milioni di euro solo per un capitolo dei 4 per i quali vengono impiegate queste risorse: l'assistenza ai rifugiati e le calamità naturali".
Legambiente. "Sicuramente quando hanno firmato per l'8 per mille allo Stato non pensavano di andare a finanziare la missione in Iraq. Un grave inganno per gli italiani", afferma Roberto Della Seta, presidente di Legambiente. "Se la denuncia della signora Crespi fosse vera - continua Della Seta - si tratterebbe di un atto gravissimo non solo per l'effetto diretto, e cioè i soldi sottratti ai Beni culturali, ma anche per quello indiretto che si traduce nell'aumento della sfiducia dei cittadini verso le istituzioni".
| Afghanistan - 19.7.2006 |
| I talebani avanzano |
| I talebani conquistano il sud di Helmand e resistono nel nord. Civili in fuga dalle bombe Usa |
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I talebani hanno conquistato i distretti di Garam-seer e Nawa-i-Barakzayi, nel sud della provincia di Helmand, arrivando così a soli 20 chilometri dal capoluogo, Lashkargah, dove si trova il quartier generale delle forze Nato-Isaf britanniche. Le locali forze di sicurezza afgane sono fuggite davanti all’avanzata dei combattenti del mullah Omar, che hanno quindi preso il controllo di uffici governativi e caserme senza colpo ferire.
I talebani conquistano il sud. La notizia, inizialmente smentita dal governo di Kabul, è stata confermata dai comandi militari Usa. “E’ vero, i talebani hanno conquistato i due distretti – ha dichiarato nella serata di ieri il colonnello Thomas Collins – ma li teniamo sotto tiro e molto presto lanceremo un’operazione decisiva per riprendere il controllo della zona”.Temendo i bombardamenti Usa, centinaia di civili stanno lasciando i villaggi lungo le rive del fiume Helmand, che attraversa il deserto del Registan, dirigendosi a nord verso Lashkargah.
Anche tutte le Ong internazionali che ancora operavano nella provincia di Helmand hanno lasciato o stanno lasciando la zona. Tutte tranne l’organizzazione italiana Emergency, che a Lashkargah ha un ospedale dove – come riferiscono fonti locali dell'Ong – sono già arrivati molti feriti in combattimenti tra talebani e forze della Coalizione che si sono verificati a circa 12 chilometri dalla città.
I talebani controllano quindi ormai tutta la provincia di Helmand, tranne il capoluogo ancora sotto controllo delle forze afgane e britanniche, ma ora circondato sia da nord che da sud.
E’ infatti fallita la massiccia offensiva aerea e terrestre lanciata nel fine settimana dalle forze Nato-Isaf britanniche nei distretti settentrionali della provincia per neutralizzare quelle che erano considerate la roccaforte settentrionali dei talebani.
E resistono nel nord. Nella valle di Sangin, circa 70 chilometri a nord di Lashkargah, cento soldati britannici erano da due settimane barricati in una caserma della polizia sotto attacco dei talebani. Avevano finito i viveri e le munizioni, e subito diverse perdite e molti feriti. Dopo diversi tentativi di organizzare dei ponti aerei, sabato mattina all’alba centinaia di truppe Usa hanno chiuso l’accesso settentrionale alla valle e altre centinaia di truppe Canadesi quello meridionale. Poi sono entrati in azione gli elicotteri Usa Apache, che hanno bombardato l’area per coprire il lancio di 300 paracadutisti britannici trasportati da elicotteri Chinook. Altrettanti, secondo gli informatori locali, dovevano essere i talebani da sorprendere con questo attacco a sorpresa. Ne hanno trovati, e uccisi, una decina in tutto. Gli altri erano tutti fuggiti tra le montagne durante la notte.Situazione analoga nel vicino distretto di Naw Zad, dove le truppe britanniche continuano ad essere attaccate in forza dai talebani nonostante i continui bombardamenti aerei effettuati sui loro nascondigli. Giovedì mattina gli inglesi, caduti in un agguato talebano, hanno chiamato l’aviaizone Usa che è intervenuta con elicotteri Apache e bombardieri B-1, che hanno sganciato bombe da 250 chili sui villaggi della zona, uccidendo almeno 50 civili e centrando anche una scuola appena ricostruita dove, dicono, i talebani si erano appostati per sparare granate. E domenica, sempre a Naw Zad, per lo stesso motivo è stato bombardato anche l’ospedale locale.
Morire di fame o morire sotto le bombe Usa. Solo lunedì scorso, altri sessanta civili erano rimasti uccisi dalle bombe dei B-1 e dai missili degli Apache nei villaggi attorno a Tarin-Kot, nella vicina provincia di Uruzgan, altra regione da tempo sotto controllo dei talebani. Queste stragi di civili non fanno che aumentare il risentimento popolare verso le truppe d’occupazione straniere e la simpatia verso la resistenza talebana, che ora offre un salario di 400 dollari al mese ai giovani dei poverissimi villaggi pashtun che si arruolano per combattere gli stranieri. Pochi mesi fa il salario offerto era di 100 dollari al mese. Non stupisce che le file talebane siano sempre più consistenti. Tanto più ora che – come ha denunciato ieri l’ufficio Onu di Kabul – la siccità, e la guerra, ha messo in ginocchio l’agricoltura in tutto il sud arido del paese dove milioni di persone sono a rischio carestia. Morire di fame o morire sotto le bombe Usa: queste sono le prospettive per gli abitanti dell’Afghanistan meridionale.
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| Italia - 18.7.2006 |
| Afghanistan, la rivolta delle Ong |
| Non solo Emergency. Tutte le Ong italiane che operano in Afghanistan criticano la missione Isaf |
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Approda in Parlamento il decreto sul proroga della partecipazione italiana alla missione militare della Nato in Afghanistan: Isaf. Alle critiche di chi la definisce una missione di guerra travestita da missione di pace, il governo risponde rivendicandone lo scopo umanitario, dichiarando che essa contribuisce alla ricostruzione del Paese: direttamente con le Squadre di Ricostruzione Provinciale (Prt) e indirettamente con la protezione garantita alle Ong che altrimenti non potrebbero operare sul territorio.
Ma le stesse Ong italiane, da anni impegnate in Afghanistan, insorgono contro quella che giudicano una strumentalizzazione politica e una confusione di ruoli che finisce con l’ostacolare e rendere pericoloso, invece che facilitare, il lavoro di cooperazione e assistenza umanitaria.
Coopi, Alisei, Cesvi, Aispo, Medici Senza Frontiere e Terres des Hommes, Caritas, interpellate da PeaceReporter, chiedono al governo di non usare la scusa dell’umanitarismo per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica decisioni di politica estera che nulla hanno a che vedere con il bene della popolazione irachena, e di valutare seriamente l’opportunità di continuare a partecipare a una missione “di pace” ormai indistinguibile dall’operazione di guerra Enduring Freedom. E alcune Ong, non più solo Emergency, chiedono esplicitamente il ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan.
Stanche di essere strumentalizzate ma inascoltate, le Ong italiane che operano in teatri di guerra (Afghanistan e Iraq) hanno deciso la scorsa settimana di cerare un coordinamento per far valere le proprie posizione di fronte ai politici e dai militari.
Nino Sergi, segretario generale di Intersos. “I Prt vengono spacciati per strutture miste civili-militari, ma in realtà operano sotto il comando dei militari e consistono in squadre di militari che svolgono attività umanitaria in maniera strumentale a obiettivi militari che prescindono dalle reali esigenze della popolazione locale. Questo non solo contrasta con la regola etica fondante dell’aiuto umanitario, la neutralità. Ma mette in pericolo il nostro lavoro in quelle zone, costringendoci addirittura a sloggiare dalle aree in cui operano i Prt. Perché laddove i militari fanno lo stesso lavoro che facciamo noi, la popolazione non distingue più tra noi e loro, ci identifica con i militari e scarica anche su di noi l’ostilità che ha nei confronti delle truppe straniere, soprattutto ora che la missione di pace Isaf e l’operazione bellica Enduring Freedom si sono sovrapposte e confuse diventando praticamente indistinguibili”.“Lo stesso discorso – prosegue Sergi – vale per la protezione delle Ong da parte dei militari. Essere protetti dai soldati vuol dire essere associati a loro agli occhi della gente, e abbiamo capito sulla nostra pelle quanto questo sia rischioso. Altro che protezione! Ha fatto bene il dottor Gino Strada a rispondere al ministro della Difesa, Arturo Parisi: non è certo grazie alla protezione dei militari che noi possiamo lavorare in Afghanistan. Non solo per il dato evidente che molte Ong, come la nostra, sono lì da ben prima che arrivassero i militari. Ma sopratutto perché quello che rende possibile operare in aree anche difficili e isolate è il rapporto di fiducia che stabiliamo con la popolazione locale la quale, sapendo che siamo lì solo per dar loro aiuto, ci offrono la loro tutela. Quella è la migliore protezione che possiamo avere, l’unica che vogliamo avere”.
Stefano Savi, direttore generale di Msf Italia. “E’ per colpa dei militari se la nostra Ong è stata costretta nel 2004 a lasciare l’Afghanistan, dopo l’uccisione di cinque nostri operatori. Lavoravamo in una zona dove le forze della Coalizione erano impegnate in azioni umanitarie volte a ‘vincere le menti e i cuori del nemico’ secondo le regole della guerra psicologica ‘made in Usa’. Per colpa loro, che di giorno costruivano pozzi in cambio di informazioni sui talebani e di notte bombardavano i villaggi, la popolazione non ha più saputo distinguere i nostri operatori umanitari dai militari e così ha colpito i bersagli più facili”.“L’attività delle Ong – continua Savi – è altamente compromessa in contesti in cui sono presenti anche forze armate straniere che combattono e allo stesso tempo svolgono, in maniera interessata, attività di ricostruzione o di aiuto alla popolazione: la confusione tra operazioni militari e operazioni umanitarie fa solo aumentare l’ostilità delle popolazioni locali e quindi il rischio di lavorare”.
“E poi – afferma il direttore di Msf – il governo la deve smettere di usare l’aggettivo ‘umanitario’ per mischiare le carte in tavola, per indorare la pillola da far ingoiare all’opinione pubblica quando si tratta di andare in guerra. Deve smetterla di usare le Ong e il nostro lavoro come specchietto per le allodole per attirare consensi su scelte politiche con l’umanitarismo non hanno nulla a che spartire”.
Carla Ricci, direttore di Coopi. “Non vogliamo più essere usati come la copertura del governo per scelte politiche che non hanno nulla a che fare con l’aiuto alla popolazione afgana. Noi e i militari abbiamo scopi diversi. Confondere i due piani è pericoloso per il nostro personale e deleterio per il nostro lavoro e quindi per il benessere della popolazione. Quello di cui l’Afghanistan ha bisogno adesso sono seri progetti di cooperazione gestiti da civili, non dai militari, che chiaramente hanno obiettivi e agende incompatibili con le nostre. Dire che in questo momento i nostri soldati sono in Afghanistan per scopi umanitari e per proteggere le Ong è un modo per coprire scelte dettate da scopi ben diversi. Dal nostro punto di vista, la presenza militare italiana in Afghanistan non ha alcun senso umanitario. Per questo chiediamo l’immediato ritiro del nostro contingente”. Ruggiero Tozzo, direttore di Alisei. “Noi operavamo nell’ovest dell’Afghanistan, nella zona di Herat, fin dal 2000, ben prima dell’arrivo degli eserciti stranieri nel paese. Abbiamo lavorato bene fino a circa un anno fa, quando in quella zona sono arrivati i soldati italiani della missione Isaf. Pur non avendo un’opposizione pregiudiziale e ideologica alla collaborazione con i militari, con l’apertura del Prt di Herat abbiamo iniziato ad avere problemi. La sovrapposizione dei ruoli e la confusione delle competenze ci hanno creato problemi non solo operativi ma anche e soprattutto di sicurezza, perché la gente del posto, che fino a quel momento ci aveva accolti senza problemi, ha iniziato a guardarci male, a identificaci con i soldati. Alla fine, la situazione è diventata così difficoltosa e pesante che abbiamo deciso di andarcene in attesa di tempi migliori”. “La cooperazione – prosegue Tozzo – non si può fare sotto scorta armata militare. E se poi c’è la guerra, come c’è in Afghanistan, non ci può essere cooperazione. In queste condizioni di conflittualità e confusione di ruoli, civili delle Ong e militari non possono operare fianco a fianco. Uno dei due si deve fare da parte. Per ora ci siamo fatti da parte noi. Aspettiamo di poter tornare al lavoro il prima possibile, perché ce n’è un disperato bisogno”. Stefano Piziali, responsabile policy del Cesvi. “Le Ong non possono lavorare fianco a fianco con i militari in un posto dove questi ultimi si alternano tra operazioni umanitarie e operazioni di guerra. Cosa può pensare la popolazione afgana che di giorno vede elicotteri con le insegne Isaf che scaricano sacchi di farina e di notte vede gli stessi elicotteri che scaricano bombe e missili sui loro villaggi? La missione della Nato, Isaf, dovrebbe garantire sicurezza alla popolazione e invece sta facendo la guerra con gli americani, attirandosi l’odio della popolazione, che ormai non distingue più tra una missione e l’altra. Per questo non possiamo operare dove sono presenti i soldati Isaf. Siamo molto più al sicuro dove loro non ci sono!”. Raffaele Salianri, Terres des Hommes. “Le imprescindibili linee guida del nostro lavoro, come Ong, sono quelle stabilite dalla Convenzione di Ginevra in riferimento all’operato della Croce Rossa: la neutralità e l’imparzialità dell’intervento umanitario, senza distinzioni tra ‘amici’ e ‘nemici’, e la sua autonomia e completa indipendenza dalle strutture militari. In questo momento, in Afghanistan, queste regole sono violate perché le operazioni umanitarie militarizzate, quelle dei Prt, e quelle civili che si svolgono con al copertura e protezione dei militari, sono tutt’altro che neutrali e imparziali. Le Ong non possono, non devono avere a che fare con i militari! Soprattutto ora che la missione miliatre Isaf si è trasformata in una missione di guerra. Per questo noi chiediamo il ritiro del contingente militare italiano, perché esso costituisce un ostacolo alle operazioni umanitarie e alla ricostruzione del Paese, che potranno essere efficaci e reali solo quando i soldati se ne saranno andati. Solo allora noi torneremo a lavorare in Afghanistan: non vogliamo prestarci a fare da copertura alle scelte di guerra del nostro governo!”. Renato Corrado, direttore di Aispo. “Lavorare con i militari per noi è diventato un problema perché la loro logica e le loro valutazioni differiscono profondamente dalle nostre, e quindi, se dipendiamo da loro, l’agilità e l’efficacia del nostro operato ne risentono fortemente. Ma non è solo un problema di efficacia operativa. La confusione di ruoli tra militari e civili mette a rischio gli operatori delle Ong perché vengono confusi e identificati con i soldati Isaf che, oltre che a fare la guerra, si occupano anche di attività umanitarie, cooperazione e ricostruzione. Il nostro governo dovrebbe richiedere, in sede Nato, una seria e approfondita valutazione dell’operazione Isaf: obiettivi, strategie, modalità operative, sovrapposizioni con Enduring Freedom, esigendo chiarezza così da poter assumere decisioni coerenti sulla continuazione o meno della partecipazione italiana all’operazione Isaf”. Paolo Beccegato, responsabile area internazionale Caritas Italiana. “Il nostro organismo pastorale sostiene moltissime Ong afgane da prima del 2001 e dell’arrivo degli eserciti stranieri. Come ha ribadito un recente documento di Caritas Inetrnationalis, noi abbiamo sempre criticato la confusione e la sovrapposizione di operazioni umanitarie e operazioni militari, la militarizzazione dell’aiuto umanitario, perché pensiamo che questo mini l’imparzialità e l’indipendenza del nostro lavoro e lo esponga anche a rischi inutili”. “Per noi che siamo cristiani e ci presentiamo alla gente con il simbolo della croce – spiega Beccegato – lavorare in Afghanistan è molto difficile a causa della presenza militare, perché veniamo automaticamente associati con le truppe dell’Occidente cristiano. Come Caritas Italiana non vogliamo entrare nella polemica sul ritiro o meno delle truppe italiane dall’Afghanistan. Ma quando questa guerra cominciò, nel 2001, noi esprimemmo chiaramente la nostra opposizione a questo come a qualsiasi altro intervento militare”.
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| Libano - 12.7.2006 |
| La crisi si espande |
| Rapiti due militari israeliani durante un attacco dal Libano del Sud. Israele minaccia una dura rappresaglia |
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Ancora rapimenti. I rapitori hanno chiesto il rilascio di alcuni prigionieri politici, mentre i vertici politici e militari israeliani hanno annunciato una dura risposta e le unità navali hanno cominciato a cannoneggiare la zona degli Hizbollah. Mentre non si conosce ancora la sorte del caporale Shalit, rapito a Gaza, altri due soldati d’Israele sono stati rapiti. La popolazione libanese si aspetta una punizione simile a quella che è toccata alla popolazione di Gaza, come emerge da alcune testimonianze telefoniche raccolte da PeaceReporter. “Sicuramente ora in Libano accadrà qualcosa di molto pericoloso”, dichiara Ahmad, 35enne di Tiro, “la gente qui ha paura che possa succedere quello che è accaduto a Gaza. Non so perché Hizbollah abbia fatto questo, forse ci saranno attacchi militari, ma non credo che Israele tornerà a occupare la nostra terra”. Se alcuni temono la reazione, altri appoggiano in pieno l’attacco. “E’ stato un buon colpo, un'ottima operazione”, risponde Abdallah, 22enne di Saida, “vogliamo che i nostri compatrioti prigionieri tornino a casa. Non temiamo nessun attacco e non abbiamo paura di lottare contro di loro. L’importante è liberare le fattorie di Chebaa (occupate da Israele nel 1967) e i nostri prigionieri”. Secondo Wissam, un 22enne che vive nel campo profughi di Rashidiyye, “abbiamo cominciato i festeggiamenti appena è giunta la notizia dell’azione di Hizbollah. Tutti i palestinesi in Libano non hanno paura”.
Sempre peggio. Lontano dal Libano meridionale la percezione dei fatti è differente. Elie, 19enne di Beirut, racconta che “non sappiamo ancora bene quello che è accaduto. Ma Hizbollah si comporta sempre nella stessa maniera, sono i soliti. Sono sempre loro a mettere nei guai il Libano. Io a sud non ho neanche amici e non voglio averne”. Non tutti però la pensano così nella capitale libanese e Hussama, 20 anni, dichiara che “a causa degli attacchi israeliani non c’è più corrente elettrica a Kasmiyye, un paesino vicino a Tiro. Là sono già arrivati i carri armati israeliani”. Il tiro dell’artiglieria israeliana ha danneggiato una serie d’infrastrutture. “Hanno distrutto una parte del ponte che collega Kasmiyye e Atani e sono state le bombe israeliane a farlo crollare”, racconta Rania, una 45enne che vive nel villaggio di Sarafand, vicino a quella zona. Intanto Hamas si congratula con Hizbollah per l’azione portata a termine, rallegrandosi del fatto che questo attacco potrebbe alleggerire la pressione dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza, dove ormai la popolazione civile è allo stremo. Secondo al-Manar, la televisione satellitare di Hizbollah, “l’azione dei guerriglieri non è gratuita e nasce come atto di autodifesa per il cannoneggiamento da parte d’Israele di Aita al-Shaab, Ramieh e Yaroun, tutti villaggi nei pressi del porto di Naqura, ultima cittadina libanese al confine con Israele. Mancano conferme ufficiali rispetto a chi abbia cominciato prima, ma la situazione è grave e la crisi in Medio Oriente sembra allargarsi a vista d’occhio. Dopo la prima reazione israeliana, sarebbero 2 le vittime libanesi.
| Cecenia (Russia) - 10.7.2006 |
| Cecenia, la fine di Basayev |
| Ucciso il vero leader della guerriglia cecena, il terrorista di Beslan |
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E’ stato definito “il Che Guevara del Caucaso”, “l’uomo di al-Qeada in Russia”, “l’emiro del terrore”, “un pazzo sanguinario”, “un provocatore al soldo dei servizi segreti russi”.
Stava vivendo la sua rivincita. Solo due settimane fa, Basayev era stato nominato vice-presidente della Repubblica Cecena d’Ichkeria – vale a dire vice-capo della guerriglia indipendentista – dal nuovo leader ribelle ceceno, Doku Umarov, succeduto ad Abdul Khalim Sadulayev, ucciso dalle forze russe il 17 giugno scorso, era in fase di piena ascesa politica. Stava vivendo la sua rivincita dopo anni di emarginazione da parte della vecchia leadership indipendentista cecena, morta nel marzo 2004 assieme ad Aslan Maskhadov. Sperando di sfruttare la fama di capo guerrigliero guadagnatasi durante la prima guerra cecena (1994-1996) e in particolare con il sequestro all’ospedale di Budyonnovsk nel 1995 (che costrinse i russi al negoziato), nel 1997, quando i ceceni furono chiamati ad eleggere il loro primo presidente, Basayev decise di sfidare il popolare leader indipendentista Maskhadov, ma venne battuto. Fu comunque nominato primo ministro, ma dopo sei mesi si ritirò dalla politica e tornò ad indossare la mimetica, ritenendo che solo in guerra poteva primeggiare. Così provvide a farla ricominciare e nel 1999 lanciò un’offensiva nel vicino Daghestan che il neoeletto Putin prese subito come pretesto per reinvadere la Cecenia. Guerra santa contro guerra di liberazione. Nella seconda guerra cecena, quella attualmente in corso, Basayev decise di competere con il laico e moderato Maskhadov. Sia sul piano ideologico che su quello della strategia militare. Prendendo contatti con gli ambienti del jihadismo internazionale (compresa al-Qaeda, secondo il Cremlino), Basayev si procurò un canale finanziario autonomo che gli permise di creare, all’interno della resistenza cecena comandata da Maskhadov, delle Brigate Islamiche comandate da lui e dai suoi luogotenenti barbuti (Umarov, Khattab e compagnia). Al nazionalismo laico e alla strategia di guerriglia classica di Maskhadov, Basayev contrappose l’ideologia integralista wahabita e la guerra santa con il ricorso al terrorismo anche contro i civili russi, e con un obiettivo che non era più l’indipendenza della Cecenia da Mosca, ma la “liberazione dagli infedeli” di tutte le repubbliche del Caucaso Russo (quindi anche Inguscezia, Daghestan, Cabardino Bancaria ecc.) e l’instaurazione dell’ “Emirato Islamico del Caucaso settentrionale”. Questa linea estremista non incontrò mai il favore popolare. Perché i ceceni sono islamici ma moderati, di tradizione sufi: quanto di più diverso possa esistere dal wahabismo di origine araba. L’irresistibile ascesa del principe del terrore. Ma tra i giovani ceceni, nati e cresciuti con la guerra e con il desiderio di vendicare le torture, le uccisioni, gli stupri e i saccheggi delle forze russe, le Brigate di Basayev, meglio armate e più ricche delle altre, divennero le più ambite perché considerate le più temibili.
Un bel regalo a Putin per il G8 di Mosca. Secondo Nikolai Patrushev, capo dell’Fsb, i servizi segreti russi, Basayev era in Inguscezia per preparare un clamoroso attentato in occasione del G8 di Mosca, che inizia sabato 15 luglio. Nessuno potrà mai dire se era vero. Di certo, il presidente russo Vladimir Putin non si lascerà sfuggire quest’occasione internazionale per ricordare ai leader mondiali la minaccia terroristica che incombe sulla Russia e che per il Cremlino giustifica la guerra senza fine in Cecenia. Un conflitto che dura ormai da dodici anni e che è costato al vita a 300 mila ceceni e almeno 25 mila soldati russi.
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| Afghanistan, l'esercito non serve |
| Il messaggio di Emergency al ministro della Difesa italiano in visita all’ospedale di Emergency a Kabul |
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L’ospedale era come al solito in piena attività. E’ venerdì, teoricamente quindi giorno di festa. Ma ormai abbiamo capito, da tempo, che anzi di venerdì si lavora anche di più perché gli altri ospedali, che lo si creda o no, “chiudono”.
Ci ha fatto quindi grande piacere questa visita, non tanto per il rinnovato riconoscimento, di cui poco ci importa. Quanto per l’opportunità che ci è stata data.
Questo è stato il messaggio che abbiamo cercato di trasmettere al ministro della Difesa. Baghdad, 8 giu (Ap) - Il leader di al Qaida in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi, è stato ucciso in un raid aereo Usa a nord di Baghdad. Lo ha annunciato oggi il premier iracheno, Nouri al Maliki, in conferenza stampa a Baghdad.
Il premier ha precisato che Zarqawi è stato ucciso nelle tarda serata di ieri insieme a sette dei suoi collaboratori. Washington aveva posto una taglia di 25 milioni di dollari (circa 20 milioni di euro) sulla testa di Zarqawi.
Gli Usa annunciano che al-Zarqawi è stato identificato dalle impronte digitali.
| Iraq - 05.6.2006 |
| Italiani ancora nel mirino |
| Attaccato un convoglio scortato da militari italiani: un morto e quattro feriti |
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A farne le spese un mezzo della brigata Sassari, di scorta al convoglio, colpito in pieno dall'esplosione.
In poco meno di due mesi sono sette i militari italiani morti nelle "missioni di pace" in Iraq e Afghanistan. Lo scorso 27 aprile in Iraq avevano perso la vita 4 militari italiani e un rumeno: si trattava del capitano dell'esercito Nicola Ciardelli, dei marescialli capo dei carabinieri Franco Lattanzio e Carlo De Trizio, del maresciallo aiutante Enrico Frassinito, del caporale della polizia rumena Bogdan Hancu. L'ordigno, collocato al centro della carreggiata, era esploso al passaggio del convoglio che marciava lungo una strada a sud-ovest dell'abitato di Nassiriya. Pochi giorni dopo, il 4 maggio, due alpini avevano perso la vita a Kabul. Le vittime, il tenente Mario Fiorito e il maresciallo Luca Polsinelli, erano in pattuglia nella zona a sud-est della capitale afghana.
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