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Qui c'è la pace in cantiere permanente!

Eccomi

Utente: moleskine81
Nome: Giacomo Ambrosino
Questo è un campo dove raccogliere fiori di pace e libertà..è un campo dove seminarli e lasciare che crescano. E' un campo aperto a chi crede in questi valori.

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venerdì, 13 ottobre 2006
Lettera da Giovanni

Carissim*,

 

certi titoli, certe espressioni, certi epiteti li avevo letti ne “L’orda” di Gian Antonio Stella quando erano rivolti agli emigrati italiani in giro per il mondo, e al massimo potevo immaginare che li pronunciassero i razzisti più biechi. Invece ancora oggi, proprio in Italia, ci sono giornalisti di quotidiani nazionali che possono scrivere articoli dal titolo «Un’etnia sempre in cronaca nera»: Augusto Parboni su “Il Tempo” di martedì 3 ottobre 2006 (ma l’ho scoperto solo stasera leggendo BlogFriends).

Vi si descrive quella che è «la razza più violenta, pericolosa, prepotente, capace di uccidere per una manciata di spiccioli»: i rumeni. Questa «razza» «È capace di compiere truffe milionarie grazie all’alta conoscenza delle tecnologie. Non ha paura di nulla, disprezza anche la vita di donne e bambini che non raggiungono i dieci anni d’età. E si appresta addirittura a entrare nell’Unione europea».

Amici, state per vomitare? Lo immagino, ma leggete ancora: «La donna rumena, quando invece riesce a non finire nelle mani dei «padroni», con la sua bellezza dell’Est riesce a incantare anziani ricchi e farsi sposare per ottenere la cittadinanza, e perché no, il conto in banca». Io non ce la faccio più… se volete, proseguite la lettura qui.

Il giorno dopo (mercoledì 4 ottobre 2006) l’ambasciatore rumeno nel nostro Paese Cristian Colteanu ha scritto una lettera giustamente sconcertata e indignata al direttore de “Il Tempo”: qui.

 

Sconcertato e indignato anch’io, vi auguro una buona serata.

G.

 

 

 

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Raccolto da: moleskine81 a 16:50 | petali | commenti |
news, epistole

martedì, 28 giugno 2005

Messico - 09.5.2005
Enjoy Coca Cola
Una bottiglietta, una lattina, e la sete non c'è più
dal nostro inviato
Alessandro Grandi
 
La coca cola è ovunqueUna bottiglietta, una lattina, e la sete non c'è più. Ma, al suo posto, restano gli enormi problemi che la Coca-cola, il cui marchio tappezza strade città e villaggi del Chiapas, lascia aperti, e crea di nuovi. Ad iniziare dall'inquinamento ambientale.

La plastica. Nelle sterminate vallate chiapaneche, quasi prevale il rosso e una pubblicità, alternata a quelle dei partiti politici, campeggia ovunque: quella della Coca Cola.
Sui muri delle case che non sono dipinte con i classici colori messicani, ma decorate con il marchio della bevanda statunitense, sui mezzi di trasporto pubblico e non, nei campi da basket, tutto richiama la bevanda made in Usa.
Nelle comunità indigene, l'industria, vende sottocosto, creando una sorta di dipendenza, anche psicologica. I pochi soldi che hanno a disposizione gli indigeni spesso vengono spesi in Coca Cola (anche in Pepsi, la concorrente che ha un maggiore successo negli Usa). La contraddizione è che nei caracol si lotti e si faccia propaganda contro il nemico "neoliberismo", ma allo stesso tempo, nei frigoriferi abbondano le lattine e le bottiglie di Coca Cola.
La bibita più famosa del mondo, crea in queste zone diversi problemi. Innanzitutto, nonostante le avvertenze scritte sulle bottiglie e sulle latte, crea inquinamento. Le bottiglie di plastica, vengono gettate ovunque. Per poterle smaltire, visto che la nettezza urbana non è proprio delle più efficaci, ci vogliono decine di anni, con un impatto ambientale indecoroso e selvaggio, in queste splendide zone del mondo. "Non gettare spazzatura a terra" è l'avvertimento più frequente, poco seguito dalla popolazione, che non si spaventa per l'enormità delle multe, pari a tre o quattro stipendi medi.
In ogni luogo, ci sono montagne di bottiglie di plastica abbandonate al loro destino, che vanno a moltiplicare la spazzatura organica e bio-degradabile, presente in quantità massiccia ai margini delle strade. A tutt'oggi in Chiapas è molto più semplice comprare un litro di coca cola che uno di latte. Senza contare gli effetti disastrosi sulle popolazioni indigene che, oltre a vedersi deturpato l'ambiente dove vivono da una campagna pubblicitaria a tappeto, risentono anche dell'inquinamento delle risorse idriche.

Bottiglie di coca cola anche in chiesa Le risorse idriche. In Chiapas la Coca Cola, che ha uno stabilimento gigantesco, ha un potere assoluto.  La multinazionale che produce questa bevanda si è appropriata della maggiore fonte di acqua di tutta San Cristobal. Ma le comunità indigene hanno iniziato ad alzare la testa e a protestare.
Dai promotori di salute delle comunità zapatiste ad esempio, c'e la conferma che l'abuso di questa bevanda abbia moltiplicato le malattie gastro-intestinali e il diabete. 
Per cercare di pulirsi la coscienza, la fondazione Coca-Cola ha fatto sapere di aver costruito negli ultimi quattro anni molte scuole in la spazzatura in chiapasdiversi municipi della regione. Oltre a questo, la multinazionale ha sbandierato ai quattro venti il fatto di aver ristrutturato gli edifici scolastici indigeni nei municipi di Tila e El Porvenir. Secondo quanto affermato, ben oltre 800 bambini indigeni hanno beneficiato dell'intervento della multinazionale. 
L'ex presidente della grande multinazionale delle bibite è l'attuale presidente messicano, Vicente Fox. La società civile si chiede chi ha dato la possibilità di appropriarsi delle fonti di acqua della zona e soprattutto chi abbia dato la possibilità di fare una campagna pubblicitaria tanto imponente, senza però trovare risposta.
La totale incetta delle sorgenti idriche, come avvenuto a San Cristobal, Ocosingo e Huxitan da parte della multinazionale, fa pensare che il meno che potesse fare il famoso marchio rosso, era ripulire dalla plastica (superinquinante) tutte le vallate del Chiapas. La prova  di tutto questo è la campagna di pulizia effettuata nelle acque inquinatissime del fiume Grijalva, vicino a Tuxla Gutierrez. Centinaia di contenitori di plastica avevano reso questo corso d'acqua uno dei punti più inquinati di tutto il Messico.

Raccolto da: moleskine81 a 13:05 | petali | commenti |
news

domenica, 22 maggio 2005

Attacco alla stampa

Un giornale che chiude, un giornalista assassinato. In Gambia la stampa è sotto tiro

Deyda Hydara, giornalista assassinato il 16 dicembre scorso a BanjulIn appena sei mesi il Gambia ha perso uno dei suoi migliori giornalisti, Deyda Hydara, e un autorevole giornale, The Independent. Il primo è stato ucciso da alcuni sicari alla fine dello scorso anno nella capitale Banjul. Il secondo è stato costretto a chiudere a inizio maggio dopo le ripetute minacce e attacchi ai suoi cronisti e all'ìincendio doloso della sua tipografia.
In comune Hydara – fondatore del periodico The Point, oltre che corrispondente della Agence France Presse –  e i redattori del periodico The Independent avevano una cosa: entrambi credevano in una stampa indipendente e libera. E non di rado esprimevano il proprio dissenso nei confronti del governo di Yahya Jammeh, presidente della piccola ex-colonia britannica interamente circondata dal Senegal.
Diversi fatti di cronaca negli ultimi anni hanno spinto diverse organizzazioni internazionali per la difesa della stampa a condannare l’atmosfera restrittiva e oppressiva che rende sempre più difficile l’attività del giornalismo indipendente a Banjul e dintorni: attacchi e minacce a cronisti o atti vandalici contro le redazioni dei giornali, affiancate all’inasprimento delle sanzioni penali contro chi si macchia di presunta calunnia o diffamazione hanno fatto entrare il governo gambiano nella lista nera dei Predators of Press, i nemici della stampa.
 
Morte di un giornalista. Sebbene non si abbiano prove concrete su chi siano i mandanti dei sicari che hanno freddato l’editorialista Deyda Hydara alle 10 di sera del 16 dicembre scorso a Sankung Sillah Street, sono in molti a sospettare che dietro l’omicidio ci sia la mano di qualche membro del governo. Hydara, che aveva 58 anni, era famoso per le sue inchieste sulla corruzione nelle alte sfere politiche e per i suoi editoriali, in cui non esitava ad attaccare il presidente Jammeh, salito al potere nel 1994 grazie a un colpo di stato.
L’omicidio del giornalista ha provocato la reazione dei colleghi gambiani e delle organizzazioni internazionali per la libertà di stampa, come il Committee to Protect Journalists (Cpj), Reporters Sans Frontieres (Rsf) e l’International Press Institute (Ipi). Che continuano a denunciare quanto poco si sia fatto finora per trovare i colpevoli. I colleghi di Hydara lo ricordano come un intellettuale che per il suo lavoro era divenuto l’icona del mestiere di giornalista in Gambia: uno che sapeva tutto e conosceva tutti, determinato, che non accettava alcun compromesso. Un idolo per i giovani cronisti. Un nemico da eliminare per qualcun altro.
 
Yahya Jammeh, presidente del GambiaTipografia in fiamme. Dal 6 maggio scorso i lettori del The Independent sono costretti a leggere qualcos'altro. Il giornale e i suoi cronisti sono stati più volte vittime di attacchi da parte di squadracce di esagitati, che avevano appiccato un incendio alla tipografia del bi-settimanale nell’aprile 2004. In seguito il periodico aveva ottenuto l'aiuto del quotidiano filo-governativo The Observer, che aveva prestato i macchinari all’Independent per alcuni mesi, e poi rotto inspiegabilmente l’accordo tre settimane fa. “Avevamo trovato anche una società tipografica disposta a stampare i nostri numeri – ha raccontato a PeaceReporter Musa Saidykhan, redattore del periodico – ma hanno ricevuto minacce anonime e si sono rifiutati”. Contattati telefonicamente a Banjul i responsabili della società tipografica, chiamata UltraSoft, si sono rifiutati di dare commenti di alcun tipo sulla questione. “Ora stiamo cercando di aprire una redazione in Senegal – continua Saidykhan – dove saremo più al sicuro. Eravamo stati attaccati fin troppo spesso”. In effetti The Independent era da due anni nell’occhio del ciclone. Più di un suo redattore aveva subito intimidazioni e percosse e negli ultimi tempi le minacciose lettere anonime pervenute alla redazione avevano lasciato intendere che era il momento di cambiare aria. 
 
Stampa imbrigliata. Se da un lato il giornalismo indipendente in Gambia è nel mirino di bande di criminali e di estremisti sostenitori del presidente, dall’altro la legge non fa molto per tutelare i giornalisti. Dall’anno scorso le tasse da pagare per aprire un giornale sono quintuplicate e le sanzioni contro i giornalisti che si macchiano di diffamazione si sono inasprite. “Adesso chi viene denunciato per diffamazione rischia un minimo di sei mesi per la prima condanna e di tre anni per la seconda -  dice da Banjul Demba Jawo, amministratore della Gambia Press Union, il sindacato giornalisti del Gambia - " E’ un chiaro tentativo di intimidire i giornalisti”. Anche lui è stato vittima di minacce da parte del sedicente gruppo dei Green Boys, che il 7 luglio scorso gli hanno mandato un fax intimandolo di evitare accuse e polemiche contro ‘il nostro presidente’, se non voleva finire ‘in pasto ai cani e agli avvoltoi’. “Ma non ci faremo mettere i piedi in testa da nessuno - insiste Jawo - Deyda Hydara e quelli come lui rimarranno esempi da seguire”.
Anche secondo David Dadge, esperto di stampa africana presso l’International Press Institute di Vienna, le restrizioni imposte sulla stampa gambiana sono sempre più severe. “Negli ultimi quattro o cinque anni le relazioni tra governo e stampa indipendente si sono deteriorate –  spiega Dadge – e molti tra coloro che attaccano giornali e giornalisti sono ancora a piede libero. Certo, quella del Gambia non è una situazione paragonabile all’Eritrea o allo Zimbabwe, i cui governi hanno in pratica dichiarato guerra alla stampa. Ma se non si interviene in tempo la situazione rischia di peggiorare”. 

Raccolto da: moleskine81 a 10:56 | petali | commenti |
guerra e pace, news

mercoledì, 13 aprile 2005

Firefox contro IE, Round Two
Round Two è una start-up che fa di Firefox il suo unico business: a Punto Informatico lo sviluppatore italiano di FlashGot spiega perché l'operazione è interessante per la comunità open source
Punto Informatico
Fonte: http://punto-informatico.it/p.asp?i=52328
13 aprile 2005
Firefox, la volpePalo Alto (USA) - "La prima giovane azienda completamente dedicata a Firefox". Così si definisce Round Two, una start-up nata all'inizio della settimana con l'obiettivo di fornire servizi di supporto a pagamento e promuovere lo sviluppo di add-on per il famoso browser open source.

Round Two è stata fondata dagli stessi membri di MozSource, una crew di sviluppatori della comunità di Mozilla che, via e-mail, fornisce supporto a pagamento per Firefox, Thunderbird, Mozilla Suite e Camino. La nuova società, che si dichiara indipendente da Mozilla Foundation, ha intenzione di ampliare le attività commerciali già varate da MozSource e, nello stesso tempo, sponsorizzare lo sviluppo di alcune fra le più diffuse estensioni per Firefox: FlashGot, che integra Firefox con alcuni fra i più utilizzati download manager; Bandwidth Tester, che consente di testare la velocità della propria connessione ad Internet; e SwitchProxy, che rende possibile utilizzare Firefox attraverso vari proxy web e dispositivi NAT. In un comunicato si legge per altro che gli autori di queste tre estensioni si sono uniti alla "famiglia di Round Two".

"Sono entusiasta di lavorare con Round Two: mi stanno aiutando a portare avanti il mio lavoro di sviluppo e promuovere le mie estensioni presso un più ampio bacino di utenti", ha commentato Jeremy Gillick, autore di una dozzina di estensioni per Firefox, tra cui Bandwidth Tester e SwitchProxy. "Con il supporto di Round Two le mie estensioni potranno evolvere in un modo prima impensabile".

Loro di Round Two"Quando i ragazzi di Round Two mi hanno contattato, un paio di mesi fa, abbiamo discusso a lungo della loro visione del Free Software e del modello di business che intendevano adottare", ha detto a Punto Infomatico Giorgio Maone, sviluppatore italiano di quel FlashGot che ormai da tempo domina la classifica delle estensioni più scaricate dagli utenti di Firefox. "Ho apprezzato molto sia il loro rispetto per l'open source che la loro attenzione alle esigenze degli utenti non tecnici - due argomenti a volte antitetici, ma che proprio in Firefox trovano una mirabile sintesi. La loro intenzione è quella di offrire servizi rispondenti al bisogno di condivisione e di comunità - così palpabile nell'Internet attuale - rendendoli più ergonomici, pratici e divertenti grazie all'estensibilità della piattaforma Mozilla".

Maone ha poi spiegato che "quella di Round Two è una sponsorizzazione in senso stretto", nel senso che l'azienda offre risorse economiche e d'infrastruttura (server, banda, storage, ecc.) e riceve in cambio la possibilità di associare il suo nome alle estensioni da lei promosse, come FlashGot: "il che non è poco", ha commentato lo sviluppatore italiano, "visto che il mio programma, in soli 3 mesi, ha totalizzato quasi 3 milioni di download".

"Non stanno, come insinua qualcuno in queste ore, "comprando" estensioni attualmente gratuite per poi farle diventare "a pagamento": un'apposita clausola dell'accordo riguardante FlashGot prevede esplicitamente che essa rimanga open source e gratuita", ha infine aggiunto Maone.

Round Two ha anche intenzione di finanziare lo sviluppo di altre estensioni, tra cui StockTicker, TinyURL Creator, Copy Plain Text, Extension Uninstaller, Lorem Ipsum Content Generator, OpenDownload, Open Long URLs, Search Plugins e Secure Password Generator, e di avviare alcuni progetti interni per la creazione di nuovi add-on.

La piccola start-up ha poi preso sotto la propria ala il sito ExtensionsMirror.nl, uno fra i più importanti archivi di estensioni e plug-in per Firefox e Thunderbird nato come mirror del sito ufficiale Mozilla Update.

"Vediamo ampie possibilità d'innovazione basate sulla piattaforma Mozilla/Firefox, e ci consideriamo la prima società, al di fuori di Mozilla Foundation, completamente al servizio degli utenti di Firefox", ha dichiarato Bart Decrem, CEO di Round Two. In precedenza Decrem ha ricoperto la carica di marketing manager per Mozilla Foundation, curando anche il lancio di Firefox 1.0.

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news

mercoledì, 06 aprile 2005

La fede insolente dei media
Aldo Antonelli e Raffaele Garofalo, preti
6 aprile 2005
 
"Se vuoi sapere la verità su te stesso devi morire o partire per un lungo viaggio". Per un papa non vale questa massima. Ancor meno per Wojtyla. A lui è stato attribuito già tutto in vita, dall'esaltazione più incondizionata alle riserve più esplicite.

Wojtyla è entrato nella storia e nel mito prima di morire. La morte di ogni essere umano porta via una parte di noi stessi, dice un poeta, ma esula da un sentire cristiano il culto idolatrico della persona. Il papa non è un faraone, è il "servo dei servi di Dio". Dice O. Wilde che il sopravvento della morte ci deve sottrarre all'uso ipocrita di dover dire tanto bene dei morti quanto male sappiamo dire dei vivi". Wojtyla è stato un papa re, nella realtà e nel mito. All'interno della Chiesa ha rafforzato una concezione dottrinaria e intransigente della fede. Mille anni prima avrebbe fatto anche le crociate, quelle vere. Il papa polacco ha fatto sua la massima di un celebre cardinale: "L'unico fanatismo ammesso è quello che ha per oggetto Dio".

Nonostante i pronunciamenti ufficiali, Wojtyla continuava a concepire la Chiesa cattolica come "società perfetta", seguendo la teologia per conciliare. Essa è l'unico porto di salvezza per l'umanità e custode esclusiva della verità di Cristo. Chi si è discostato dalle direttive del papa ha meritato la condanna ufficiale della rimozione da ogni incarico di responsabilità nella Chiesa. Si pensi ai vescovi avvicendati e ai tanti teologi messi a tacere, che vivono e operano ai margini dell'istituzione: un'altra "Chiesa del silenzio".

Se sono stati apprezzabili i gesti di avvicinamento alle altre religioni da parte di questo papa, tuttavia un autentico spirito ecumenico non è riuscito a prevalere perché dal Vaticano si guarda dall'alto in basso alle altre confessioni. La vera natura di Wojtyla si rivelava durante il Giubileo, quando il papa affermava che il terzo millennio doveva essere dedicato alla "conquista" del continente asiatico. Ma il Vangelo non mira al proselitismo, pone invece il cristiano sulla dimensione di chi deve convertire se stesso! Su questa scia si pose Giovanni XXIII quando annunciò che il Concilio doveva "rendere accogliente la nostra casa ai fratelli separati".

Wojtyla ha interrotto la linfa vitale del processo di crescita cui aveva dato inizio il Concilio; ha mortificato la coscienza comunitaria della Chiesa "popolo di Dio", riportando in auge la concezione piramidale di Essa.

"Nuovo "prigioniero del Vaticano", il papa è divenuto, egli stesso, vittima di una curia i cui maggiori esponenti, da lui stesso nominati, hanno portato la restaurazione a un punto tale da provocare reazioni crescenti persino negli ambienti moderati della Chiesa. La "nuova evangelizzazione" promossa da Wojtyla è caratterizzata da due principali orientamenti: da un lato quello dell'Opus Dei, volto a evangelizzare attraverso il potere, facendo della spiritualità un segno di eccellenza sociale; dall'altro, quello dei vari movimenti carismatici, esigenti in materia di comportamenti personali, con una tendenza a valorizzare aspetti di tipo affettivo, ma generalmente poco inclini a integrare una dimensione sociale". (F. Houtart).

Ha ravvivato un equivoco devozionismo mariano lontano dalla figura autentica di Maria.
Nelle allegorie del mondo pastorale semitico il "gregge" era un patrimonio prezioso per il pastore, l'altra parte di sé; nella Chiesa di Cristo il termine non può significare moltitudine passiva, protagonista di sole parate trionfali. C'è maggior spazio per i laici e per le donne nella Chiesa, oggi, ma per rivestire unicamente ruoli gregari, lontani da responsabilità ministeriali. Wojtyla ha condannato la Teologia della Liberazione, che si propone di liberare i poveri "in nome del Vangelo". Questo papa ha ammonito Ernesto Cardenal, che ha dedicato la vita al riscatto religioso e sociale dei contadini del Centro America, ma ha stretto la mano di Pinochet, mostrandosi con lui sul balcone della sua residenza.

Il papa polacco passerà alla storia come uno strenuo difensore dei diritti umani nella società civile, ma all'interno della sua Chiesa ha ridotto drasticamente gli spazi di libertà e di dialogo. Wojtyla ha vissuto il suo papato alla presenza ossessiva delle telecamere per cui sarà una dura impresa, per i successori, eguagliare la sua "mediaticità" estranea al "nascondimento" di Nazareth. I prossimi papi sapranno sottrarsi al trasporto emotivo delle folle, come fece Cristo che rifiutò di essere "proclamato re"? Questo papa non è morto nella "infamia" del venerdì santo, ma nel trionfo della domenica delle palme: è morto sulla ribalta, così come aveva scelto di vivere.
Un'anomala imitazione del Maestro.

Col soffio dello Spirito che rinnova, la Chiesa attende, ora, un papa meno "spettacolare", più vicino alla collegialità apostolica che all'impero dei cesari; un papa che, come Giovanni Battista, vedendo Cristo esclami: "è necessario che io diminuisca e Lui cresca"; un papa che "aprirà le porte a Cristo", ma non porrà la sua persona, di traverso, su quella soglia.

Sulmona/Avezzano, li 6 Aprile 2005

 

Raccolto da: moleskine81 a 17:49 | petali | commenti |
news, documenti

martedì, 25 gennaio 2005
News dal girasole

 

Purtroppo oggi è l'ultimo giorno del photoblog di splinder, almeno la prova gratuita, giustamente, è quasi scaduta..mancano poche ore ormai..ma non mi perdo d'animo..oggi pomeriggio, se non dormirò, sistemerò il blog in modo tale da renderlo ancora bello...ma fra qualche mese lo sistemerò come si deve, come merita Germana e voi, cari amici/che...

un abbraccio equo..

moleskine

Raccolto da: moleskine81 a 10:15 | petali | commenti (2) |
news

venerdì, 07 gennaio 2005

 

Maremoto: appelli alla trasparenza e cancellazione del debito

mercoledì, 05 gennaio, 2005

 

Dopo le polemiche sulla gestione da parte del Governo italiano dei fondi pubblici e di quelli raccolti dai cittadini, le 16 Ong del Cocis sottolineano come sia "del tutto inadeguato e forviante il criterio della gestione unica dei fondi" e che "non sia corretto affidare alla Protezione Civile o alla Croce Rossa l'insieme dei fondi disponibili". "Ancora una volta - afferma il comunicato del Cocis - di fronte ad una catastrofe umanitaria si assiste alla totale confusione fra momenti della prima e seconda emergenza volte rispettivamente a ridurre il numero dei morti e curare i feriti, e ad assistere i sopravvissuti e quelli successivi della riabilitazione e ripristino delle condizioni di normalità e autonomia".....[per il resto dell'articolo clicca qui]

Raccolto da: moleskine81 a 13:46 | petali | commenti |
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