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Qui c'è la pace in cantiere permanente!

Eccomi

Utente: moleskine81
Nome: Giacomo Ambrosino
Questo è un campo dove raccogliere fiori di pace e libertà..è un campo dove seminarli e lasciare che crescano. E' un campo aperto a chi crede in questi valori.

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domenica, 10 dicembre 2006
È morto Pinochet

Personalmente sono contrario al vento,
…ma questa sera mi viene un sentimento;
lo so che non si dice, non sta bene, non si fa,
ma questa sera lasciami cantar…
È morto Pinochet,
è morto Pinochet
è morto Pinocheee eee eee eeet!

Stolto è goder’ della disgrazia altrui,
ma, in questo caso, la disgrazia è lui.
La Storia questa sera ci da soddisfazione
ed ha tirato forte lo sciacquone…
È morto Pinochet, etc.
Pi – no – c’è – più , Pi – no – c’è – più,
fuori uno – fuori uno!
Pi – no – c’è – più , Pi – no – c’è – più,
uno in meno – uno in meno!
Personalmente sto con le balle al vento,
e non mi pento se sento un sentimento,
e so che il sentimento che sentivo contro il vento
è solo il sentimento di un momento…
Ma è morto Pinochet!

 

(La Famiglia Rossi, nel cd “Discorsi da Bar” del 2003)

 

 

Ebbene sì, il giorno è giunto: l’ex dittatore Augusto Pinochet è morto oggi all'età di 91 anni.

La notizia è stata data dalla tv cilena Canale 7. Repubblica.it

Raccolto da: burundi a 23:10 | petali | commenti (3) |
personaggi

giovedì, 12 ottobre 2006
Giochiamo a nascondino?

Dov'era Osama l'11 settembre 2001?

"Andare a caccia di bin Laden" e' servito, negli ultimi 5 anni, per sostenere la leggenda del "terrorista piu' ricercato al mondo", che "perseguita gli americani e altri milioni di persone in tutto il mondo".
Michel Chossudovsky (Michel Chossudovsky e’ l’autore di “War on Terrorism”, Global Resarch, 2005. E’’ professore di economia all’Universita’ di Ottawa e Direttore del Centro di Ricerca sulla Globalizzazione.)
Fonte: Globalresearch.ca - 9 settembre 2006
10 ottobre 2006
Donald Rumsfeld ha affermato ripetutamente che non si sapeva dove si trovasse Osama bin Laden: "E' come cercare un ago in un pagliaio".
Nel novembre 2001 dei bombardieri US B-52 bombardarono a tappeto una rete di caverne nelle montagne di Tora Bora, nell'Afghanistan orientale, dove si supponeva si nascondessero Osama bin Laden e i suoi seguaci. Queste caverne venivano descritte come "l'ultima roccaforte di Osama".
Gli analisti dell'intelligence della CIA conclusero in seguito che Osama era scappato dalla sua caverna nelle montagne di Tora Bora nella prima settimana di dicembre 2001. E nel gennaio 2002 il Pentagono lanciò una ricerca a livello mondiale per rintracciare Osama e i suoi massimi luogotenenti oltre i confini con l'Afghanistan. Questa operazione, che il Segretario di Stato Colin Powell defini' una "caccia scottante", fu condotta col supporto della "comunita' internazionale" e degli alleati europei dell'America. A questo proposito le autorita' dell'intelligence statunitense confermarono che "mentre al Qaeda e' stata significativamente frammentata... l'uomo piu' ricercato, bin Laden stesso, rimane un passo avanti agli Stati Uniti, col nucleo della sua rete terroristica mondiale in ordine" (Global News Wire, Asia Africa Intelligence Wire, InfoProd, 20 gennaio 2002).
Negli ultimi cinque anni l'apparato militare e dei servizi segreti statunitensi (con costi considerevoli per noi contribuenti statunitensi) ha "cercato Osama".
Venne costituita una unita' della CIA con un budget di svariati milioni di dollari con il mandato di trovare Osama. Questa unita' fu apparentemente smantellata nel 2005. "Gli esperti dei servizi segreti concordano "che si nasconda in un'area remota del Pakistan", ma "non riusciamo a trovarlo".
"La maggior parte degli analisti dei servizi segreti sono convinti che Osama bin Laden si trovi da qualche parte sul confine tra Pakistan e Afghanistan. Recentemente si e' detto che probabilmente e' nelle vicinanze della cima dell'Hindu Kush Tirich Mir, alta 7700 metri, nell'area tribale di Chitral nel Pakistan nord-occidentale". (Hobart Mercury, Australia, 9 settembre 2006).
Il presidente Bush ha ripetutamente promesso che l'avrebbe "stanato" dalla sua caverna, l'avrebbe catturato vivo o morto, se necessario con assalti via terra o attacchi missilistici. Secondo una recente affermazione del presidente Bush, Osama si nasconderebbe in una remota area del Pakistan che "e' estremamente montuosa ed inaccessibile,.... con montagne alte da 2.700 a 4.500 metri". Non riusciamo a prenderlo perche', secondo il presidente, mancano le infrastrutture per le comunicazioni che ci permetterebbero effettivamente di andarlo a prendere (citazione dal Balochistan Times, 23.04.2006).
La ricerca di Osama e' diventata un processo altamente ritualizzato che nutre la catena dell'informazione su base quotidiana. Non e' solo parte della campagna di disinformazione dei media, ma fornisce anche una giustificazione per l'arresto arbitrario, la detenzione e la tortura di numerosi "sospetti", "combattenti nemici" e "complici", che si presume potrebbero sapere dove si trova Osama. E quest'informazione e' ovviamente "vitale" per "la sicurezza degli Americani".
La ricerca di Osama serve obiettivi tanto politici quanto militari. I Democratici e i Repubblicani fanno a gara nel loro proposito di estirpare il "terrorismo islamico".
"La strada verso l'11 settembre", una serie di 5 ore della ABC sulla "ricerca di Osama" che debuttera' il 10 e 11 settembre per ricordare il quinto anniversario degli attacchi, accusa casualmente Bill Clinton di "essere stato troppo occupato con lo scandalo di Monica Lewinsky per combattere il terrrorismo". Il messaggio del filmato e' che i democratici trascurarono la "guerra al terrorismo".
Il fatto e' che ogni singola amministrazione fin dai tempi di Jimmy Carter ha sostenuto e finanziato la rete del "terrorismo islamico" creata dall'amministrazione Carter fin dall'inizio della guerra tra Unione Sovietica e Afghanistan (cfr. "Who is Osama bin Laden?" di Michel Chossudovsky, 12 settembre 2001).

DOV'ERA OSAMA L'11 SETTEMBRE?
Ci sono prove secondo cui l'amministrazione Bush saprebbe dove si trova Osama.
Il 10 settembre 2001 il "nemico numero uno" si trovava in un ospedale militare pakistano a Rawalpindi, per gentile concessione dell'indefettibile alleato dell'America, il Pakistan, come confermato dal rapporto di Dan Rather della CBS News (v. il nostro articolo dell'ottobre 2003 su questo argomento).
Avrebbe potuto essere arrestato in breve tempo, il che ci avrebbe "risparmiato un sacco di guai", ma allora non avremmo avuto la leggenda di Osama, che ha nutrito la catena dell'informazione tanto quanto i discorsi di George W. nel corso degli ultimi cinque anni.
Secondo Dan Rather, della CBS, bin Laden fu ricoverato a Rawalpindi un giorno prima degli attacchi dell'11 settembre, il 10 settembre 2001.

"Pakistan. I servizi segreti militari pakistani (ISI) hanno riferito alla CBS che bin Laden era stato sottoposto a dialisi a Rawalpindi, nel quartier generale dell'esercito pakistano.
DAN RATHER, CONDUTTORE DELLA CBS: mentre gli Stati Uniti e i loro alleati nella guerra al terrorismo spingono sulla caccia a Osama bin Laden, la CBS News stasera ha delle informazioni esclusive su dove si trovava Osama bin Laden e su cosa stava facendo nelle ultime ore prima che i suoi seguaci attaccassero gli Stati Uniti l'11 settembre. Questo e' il risultato del duro lavoro investigativo di un team di giornalisti della CBS News, e di uno dei migliori corrispondenti esteri nel campo, Barry Petersen della CBS. Ecco il suo articolo:
(INIZIO DEL NASTRO) BARRY PETERSEN, CORRISPONDENTE DELLA CBS (voce fuori campo):
Tutti ricordiamo cosa accadde l'11 settembre. Questa e' la storia di cosa avrebbe potuto succedere la notte precedente. E' un racconto contorto quanto la caccia a Osama bin Laden. Alla CBS News e' stato riferito che la notte precedente l'attentato terroristico dell'11 settembre Osama bin Laden era in Pakistan. Stava ricevendo delle cure mediche con il supporto di quegli stessi militari che alcuni giorni dopo si impegnarono per sostenere la guerra statunitense al terrore in Afghanistan.
Fonti dei servizi segreti pakistani hanno riferito alla CBS News che bin Laden fu introdotto di nascosto nell'ospedale militare di Rawalpindi per essere sottoposto a dialisi renale. Quella notte, dice un'operatrice sanitaria che vuole che la sua identita' rimanga nascosta, tutto lo staff regolare del reparto di urologia fu spostato e fu inviato un team segreto per rimpiazzarlo. Dice che si trattava di un trattamento per una persona molto speciale. Il personale specializzato ovviamente non era all'altezza.
"I militari lo circondarono", dice un altro impiegato dell'ospedale che pure vuole che la sua identita' venga tenuta nascosta, "e vidi che il misterioso paziente veniva aiutato a uscire da un'automobile. Da allora", dice, "ho visto molte foto di quell'uomo. E' l'uomo che conosciamo come Osama bin Laden. Sentii anche due ufficiali dell'esercito parlare tra loro. Dicevano che Osama bin Laden andava sorvegliato attentamente e che dovevano badare a lui". Chi conosce bin Laden dice che soffre di numerosi disturbi, problemi alla schiena e allo stomaco. Ahmed Rashid, che ha scritto ampiamente sui talebani, dice che l'esercito lo ha aiutato spesso prima dell'11 settembre.
PETERSEN (in video): "I dottori dell'ospedale hanno riferito alla CBS News che quella notte non accadde nulla di speciale, ma hanno respinto la nostra richiesta di vedere i registri. Stasera gli ufficiali del governo hanno negato che bin Laden abbia ricevuto qualsiasi trattamento medico quella notte.
(Voce fuori campo). Ma e' stato il presidente del Pakistan Musharraf a dichiarare pubblicamente ciò che molti sospettavano, che bin Laden soffre di una malattia renale, dicendo di pensare che bin Laden sia prossimo alla morte. Ne e' prova il recente video che mostra un bin Laden pallido e smunto, con la mano sinistra che non si muove. Gli ufficiali dell'amministrazione Bush ammettono di non sapere se bin Laden sia malato o addirittura morto.
DONALD RUMSFELD, SEGRETARIO ALLA DIFESA: per quanto riguarda il problema della salute di bin Laden, io non ho... non ne so nulla.
PETERSEN: gli Stati Uniti non hanno modo di sapere chi nei servizi segreti o nell'esercito pakistano abbia sostenuto i talebani o Osama bin Laden forse fino alla notte precedente l'11 settembre organizzando la dialisi per mantenerlo in vita. Allo stesso modo gli Stati Uniti non possono sapere se quelle stesse persone potrebbero aiutarlo di nuovo, magari a raggiungere la liberta'."
Barry Petersen, CBS News, Islamabad.
(FINE DEL VIDEO). FINE.

Andrebbe notato che l'ospedale e' sotto la diretta giurisdizione delle Forze Armate Pakistane, che sono strettamente collegate con il Pentagono. I consiglieri militari statunitensi con base a Rawalpindi lavorano a stretto contatto con le Forze Armate Pakistane. Di nuovo, non e' stato fatto nessun tentativo per arrestare il piu' noto fuggiasco, ma forse bin Laden stava servendo uno "scopo migliore". All'epoca Rumsfeld dichiaro' di non avere nessuna notizia circa la salute di Osama (CBS News, 28 gennaio 2002).
Il resoconto della CBS e' un'informazione cruciale per comprendere l'11 settembre.
Confuta l'affermazione dell'amministrazione secondo cui non si conoscerebbe il nascondiglio di bin Laden. Indica una connessione col Pakistan, suggerisce una copertura ai massimi livelli dell'amministrazione Bush.
Dan Rather e Barry Petersen non riescono a cogliere le implicazioni del loro servizio del gennaio 2002. Suggeriscono che gli Stati Uniti furono deliberatamente fuorviati dagli ufficiali dei servizi segreti pakistani. Non si pongono la domanda:
"Perche' l'amministrazione statunitense afferma di non poter trovare Osama?"
Se devono attenersi al loro resoconto, la conclusione e' ovvia. L'amministrazione mente. Il nascondiglio di Osama era conosciuto.
Se il resoconto della CBS e' accurato e Osama venne effettivamente ricoverato nell'ospedale militare pakistano il 10 settembre, per gentile concessione dell'alleato dell'America, o si trovava in ospedale a Rawalpindi l'11 settembre, quando si verificarono gli attacchi, o era stato dimesso nelle ultime ore prima degli attacchi.
In altre parole, la mattina del 12 settembre, mentre il Segretario di Stato Colin Powell iniziava i negoziati col Pakistan allo scopo di arrestare ed estradare bin Laden, gli ufficiali statunitensi sapevano dove si trovava Osama. Questi negoziati, condotti dal generale Mahmoud Ahmad, capo dei servizi segreti militari pakistani per conto del governo del Presidente Pervez Musharraf, si svolsero il 12 e il 13 settembre nell'ufficio del Vicesegretario di Stato Richard Armitage.
Osama avrebbe potuto essere arrestato in poco tempo il 10 settembre 2001. Ma in quel modo non avremmo avuto il privilegio di 5 anni di storie su bin Laden raccontate dai media. L'amministrazione Bush ha un disperato bisogno della finzione di un "nemico esterno dell'America".
L'Al Qaeda di Osama bin Laden, conosciuta e documentata, e' la costruzione dell'apparato dell'intelligence statunitense. La funzione essenziale di Osama e' quella di dare un volto alla "lotta al terrorismo". L'immagine dev'essere vivida.
Secondo la Casa Bianca, la "maggiore minaccia per noi e' quest'ideologia di estremismo violento, il cui massimo sostenitore pubblico e' Osama bin Laden. Bin Laden rimane l'obiettivo numero uno, in termini di nostri sforzi, ma non e' il solo obiettivo." (recente affermazione dell'Assistente alla Sicurezza Interna della Casa Bianca, Frances Townsen, 5 settembre 2006).
La dottrina della sicurezza nazionale si basa sulla finzione di terroristi islamici guidati da Osama bin Laden, ritratti come la "minaccia al mondo civilizzato". Usando le parole del Presidente Bush, "bin Laden e i suoi alleati terroristi hanno reso le loro intenzioni chiare quanto Lenin e Hitler prima di loro. Il punto e': li ascolteremo? Porremo attenzione a ciò che dicono questi uomini malvagi? Stiamo attaccando. Non ci fermeremo. Non indietreggeremo. E non smetteremo di lottare fino a quando questa minaccia per la civilta' non sara' stata eliminata." (citato dalla CNN, 05.09.2006).
La "caccia scottante" ad Osama nelle accidentate aree montane del Pakistan deve continuare, perche' senza Osama, al quale si fa riferimento fino alla nausea nei notiziari e nelle dichiarazioni ufficiali, la fragile legittimita' dell'amministrazione Bush collasserebbe come un castello di carte.
Inoltre, la ricerca di Osama protegge i reali architetti degli attacchi dell'11 settembre. Mentre non ci sono prove che Al Qaeda fosse dietro gli attacchi dell'11 settembre, come rivelato da numerosi studi e documenti, ci sono sempre maggiori prove della complicita' e della copertura fornite dai massimi livelli dello Stato, dall'apparato militare e dai servizi segreti.
Il continuo arresto di presunti complici e sospetti dell'11 settembre non ha nulla a che fare con la "sicurezza nazionale". Crea l'illusione che dietro ai complotti terroristici ci siano arabi e musulmani, accantonando la conduzione di una vera indagine criminale sugli attacchi dell'11 settembre. E ciò con cui abbiamo a che fare e' la criminalizzazione dei piu' alti gradi dello Stato.

Note:

Traduzione di Martina Perazza per Peacelink
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
fonte, l'autore e il traduttore.
Link al testo originale in inglese:
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=CHO20060909&articleId=3194

Raccolto da: moleskine81 a 09:54 | petali | commenti (1) |
personaggi

martedì, 10 ottobre 2006
La libertà di stampa messa a tacere..

Una voce scomoda, silenzi comodi
Anna amava moltissimo il suo Paese, per questo non poteva stare zitta. C'era chi non voleva sentirla, chi aveva paura di ascoltarla, chi non era in grado di reggere la pesantezza delle sue denunce. Ma per tanti costituiva un esempio di impegno e coraggio
Maddalena Parolin
10 ottobre 2006

Анна ПолитковскаяNon c'è nessuno in Russia in grado di sostituire il coraggio, l'esperienza, le capacità di Anna Politkovskaya. "Uccisa l'ultima voce libera", hanno commentato molti. "Morta l'ultima espressione della libertà di stampa". Ed ora gli attivisti per i diritti umani e tutti coloro che in vario modo cercano di approfondire l'intricata realtà della Russia sempre meno libera, e la sua politica nel Caucaso, si sentono colpiti duramente e privati di una voce diventata ormai un punto fermo, con la responsabilità di reagire e il timore per un avvenire sempre più difficile.

La Cecenia è il nodo che collega e ingigantisce tutti i mali che affliggono la Russia: arbitrio, corruzione, xenofobia, crisi economica, disagio sociale, degrado del sistema giudiziario e dell'esercito. Anna si è tuffata a fondo nel tentativo di fare chiarezza su quel nodo complesso e per anni ha rischiato la vita senza mai smettere di denunciare la "guerra sporca" e di parlare ai suoi cittadini, ai potenti, al mondo.

Il ruolo dell'informazione durante la prima guerra cecena era stato determinante per mobilitare l'opinione pubblica e giungere agli accordi che nel 1996 avevano messo fine ad una guerra impopolare. Il Cremino ha fatto tesoro della lezione e con la seconda campagna, dal 1999, ha efficacemente impedito in tutti i modi l'informazione libera nel Paese e soprattutto la documentazione delle violazioni dei diritti umani nella Repubblica Cecena. Anna iniziò ad occuparsi di Cecenia proprio quando farlo diventava ancora più rischioso e con gli anni la sua figura era diventata un punto di riferimento internazionale, non solo come giornalista ma anche come difensore dei diritti umani.

Se qualcosa del conflitto ceceno è trapelato, moltissimo è merito del suo lavoro, della sua professionalità e tenacia, e della sua passione per il suo popolo e per la libertà.

Anna amava moltissimo il suo Paese, per questo non poteva stare zitta. C'era chi non voleva sentirla, chi aveva paura di ascoltarla, chi non era in grado di reggere la pesantezza delle sue denunce, così contrastanti con la versione ufficiale del Cremlino e della televisione. E c'era chi la ammirava: per tanti costituiva un esempio di impegno e coraggio.

Ma forse Anna è stata uccisa anche dai colleghi che l'hanno lasciata sola a raccontare quello che anche loro avrebbero dovuto raccontare, quelli che hanno preferito diventare cronisti di corte e hanno abdicato alla loro dignità di giornalisti. Sembrava che il suo nome, la sua notorietà e il suo essere al di sopra delle parti e contro tutte le forme di violenza fossero in grado di proteggerla, e forse per molto tempo è stato così.

Anna è stata uccisa in pieno centro a Mosca, nell'androne di casa sua. Oggi più che mai la Cecenia non è solo un posto pericoloso in cui andare, ma anche e soprattutto un argomento pericoloso di cui scrivere o anche solo parlare, indipendentemente da dove ci si trovi.

Silenzio in patria e dall'estero espressioni di sdegno, anche dai tanti leader che si vantano dell'amicizia personale di Putin e portano la loro parte di responsabilità nel non aver mai affrontato la questione dei diritti umani in Russia, nell'aver lasciato che la Cecenia divenisse una "tragedia dimenticata". Quante persone dovranno morire prima che l'Europa passi all'azione dopo aver preso coscienza di quello che sta succedendo in Russia e in Cecenia?

Il mondo intero reclama a gran voce indagini chiarificatrici e accurate che svelino i colpevoli e le responsabilità. Ma per avere ottimismo in merito occorrerebbe negare l'evidenza, e dimenticare i depistaggi che hanno circondato gli attentati di Mosca dell'autunno '99, le omissioni che circondano i terribili eventi del Nord-Ost (il sequestro del teatro di Mosca) e le verità nascoste della tragedia di Beslan. E non c'è più Anna ad indagare con la sua tenacia, a dare voce ai testimoni, ai superstiti, ai parenti, a tutti i dimenticati dopo le tragedie che hanno sconvolto il mondo intero.

Anna è andata al cuore delle questioni, mostrando alla Russia e al mondo le tante drammatiche conseguenze del conflitto intricato, gli attori che ne traggono profitto così come le vittime, da entrambe le parti, documentando con rigore e professionalità ogni sua singola affermazione, ogni sua denuncia, ogni più piccolo avvenimento.

Ci ha insegnato i motivi per cui i diritti umani in Russia e specialmente in Cecenia dovrebbero preoccupare tutti noi.

Aveva dato voce alle madri dei soldati russi, all'abbandono, da parte dello stato che avevano servito, dei propri figli con terribili ferite fisiche e traumi psicologici, del loro divenire pericolosi per sé stessi e per la società, sbandati, alcolizzati, violenti. Aveva raccontato il degrado del sistema militare, i pestaggi, le violenze. Andando avanti nonostante l'odio e a volte le minacce dei militari a causa del suo lavoro in Cecenia.

Aveva dato voce ai ceceni, entrando clandestinamente nel Paese e spiegandoci che per far sentire parte della Federazione Russa un popolo stremato sin dalle deportazioni di Stalin degli anni '40, e ora decimato da un decennio di guerra, ci vuole ben altro che una costituzione scritta a Mosca, elezioni farsa in odore di brogli e signori della guerra che nascosti dietro alte cariche dello stato sguinzagliano bande armate irregolari che terrorizzano il Paese, lasciandolo in un clima di paura che terrorizza quanto le bombe.

La vita e gli scritti di Anna Politkovskaya dimostrano senza mezzi termini che l'umanitarismo militare in realtà è solo la faccia pulita del terrorismo di stato. "Terrorismo di stato contro terrorismo di gruppo", l'aveva definito.

Anna ha tentato fino alla fine di mettere questa drammatica realtà sotto gli occhi dei cittadini russi e dei potenti che li manipolano nascondendosi dietro la vuota retorica della guerra. Ora che manca una delle menti piu' lucide e coraggiose della Russia, il futuro della Federazione sembra ancora più buio.
Chiunque sia stato il vero mandante di questo omicidio a sangue freddo, la sparizione di questa voce scomoda è stata sicuramente un ottimo regalo di compleanno per Putin e per i suoi pretoriani in Cecenia. E far emergere la verità sulle vittime di tutti i terrorismi, di stato e di gruppo, senza di lei sarà ancora più difficile.

Maddalena Parolin

Fonte: Peacereporter

Raccolto da: moleskine81 a 15:41 | petali | commenti |
personaggi, libertà violate

martedì, 11 luglio 2006
Ma morto Basayev..cambierà qcosa in cecenia?

Cecenia (Russia) - 10.7.2006
Cecenia, la fine di Basayev
Ucciso il vero leader della guerriglia cecena, il terrorista di Beslan
Shamil BsayevE’ stato definito “il Che Guevara del Caucaso”, “l’uomo di al-Qeada in Russia”, “l’emiro del terrore”, “un pazzo sanguinario”, “un provocatore al soldo dei servizi segreti russi”. Nato 41 anni fa a Vedenò, un villaggio tra le montagne a sud della Cecenia, Shamil Basayev era un montanaro e un guerriero. Provò a studiare legge e poi ingegneria a Mosca, ma non faceva per lui. Aprì quindi, sempre nella capitale russa, un negozio di computer, ma non faceva affari. La sua strada la trovò nel 1991, sulle barricate a difesa del palazzo presidenziale a lanciare bombe a mano contro i golpisti a Mosca. Nel 1992 andò in Georgia a combattere con gli indipendentisti abkhazi addestrati dai servizi segreti militari russi (Gru). Nel 1993 era in Nagorno-Karabakh, a fare la guerra a fianco degli azeri contro gli armeni. E poi le due guerre in Cecenia e il suo sogno, la sua ossessione: emulare le gesta del leggendario personaggio ceceno di cui portava il nome, l’imam Shamil, leader militare e spirituale della resistenza dei basmachi caucasici contro l’impero zarista nell’Ottocento.  

Stava vivendo la sua rivincita. Solo due settimane fa, Basayev era stato nominato vice-presidente della Repubblica Cecena d’Ichkeria – vale a dire vice-capo della guerriglia indipendentista – dal nuovo leader ribelle ceceno, Doku Umarov, succeduto ad Abdul Khalim Sadulayev, ucciso dalle forze russe il 17 giugno scorso, era in fase di piena ascesa politica. Stava vivendo la sua rivincita dopo anni di emarginazione da parte della vecchia leadership indipendentista cecena, morta nel marzo 2004 assieme ad Aslan Maskhadov. Sperando di sfruttare la fama di capo guerrigliero guadagnatasi durante la prima guerra cecena (1994-1996) e in particolare con il sequestro all’ospedale di Budyonnovsk nel 1995 (che costrinse i russi al negoziato), nel 1997, quando i ceceni furono chiamati ad eleggere il loro primo presidente, Basayev decise di sfidare il popolare leader indipendentista Maskhadov, ma venne battuto. Fu comunque nominato primo ministro, ma dopo sei mesi si ritirò dalla politica e tornò ad indossare la mimetica, ritenendo che solo in guerra poteva primeggiare. Così provvide a farla ricominciare e nel 1999 lanciò un’offensiva nel vicino Daghestan che il neoeletto Putin prese subito come pretesto per reinvadere la Cecenia.  

Guerra santa contro guerra di liberazione.
Nella seconda guerra cecena, quella attualmente in corso, Basayev  decise di competere con il laico e moderato Maskhadov. Sia sul piano ideologico che su quello della strategia militare. Prendendo contatti con gli ambienti del jihadismo internazionale (compresa al-Qaeda, secondo il Cremlino), Basayev si procurò un canale finanziario autonomo che gli permise di creare, all’interno della resistenza cecena comandata da Maskhadov, delle Brigate Islamiche comandate da lui e dai suoi luogotenenti barbuti (Umarov, Khattab e compagnia). Al nazionalismo laico e alla strategia di guerriglia classica di Maskhadov, Basayev contrappose l’ideologia integralista wahabita e la guerra santa con il ricorso al terrorismo anche contro i civili russi, e con un obiettivo che non era più l’indipendenza della Cecenia da Mosca, ma la “liberazione dagli infedeli” di tutte le repubbliche del Caucaso Russo (quindi anche Inguscezia, Daghestan, Cabardino Bancaria ecc.) e l’instaurazione dell’ “Emirato Islamico del Caucaso settentrionale”. Questa linea estremista non incontrò mai il favore popolare. Perché i ceceni sono islamici ma moderati, di tradizione sufi: quanto di più diverso possa esistere dal wahabismo di origine araba.  
 
L’irresistibile ascesa del principe del terrore. Ma tra i giovani ceceni, nati e cresciuti con la guerra e con il desiderio di vendicare le torture, le uccisioni, gli stupri e i saccheggi delle forze russe, le Brigate di Basayev, meglio armate e più ricche delle altre, divennero le più ambite perché considerate le più temibili. Questo ha progressivamente rafforzato la posizione di Basayev all’interno della resistenza cecena, creando però sempre maggiori contrasti con la vecchia guardia di Maskhadov. L’apice della tensione tra i due c’è stata con il tragico sequestro alla scuola di Beslan del settembre 2004, duramente condannato da Maskhadov. La morte di quest’ultimo, avvenuta pochi mesi dopo, nel marzo 2005, cambiò tutto, spianando la strada all’ascesa di Basayev e all’affermazione della sua linea fondamentalsita. Il successore di Maskhadov, Sadulayev – “testa di legno” di Basayev – epurò i moderati della vecchia guardia maskhadovita e li sostituì con i giovani barbuti integralisti di Basayev, e creò un nuovo comando della guerriglia con il compito di portare la guerra sul “Fronte Caucasico”, cioè fuori dalla Cecenia, in tutte le altre repubbliche vicine. Fatto fuori anche Sadulayev, un mese fa, il suo successore Doku Umarov – braccio destro di Basayev – ha subito dichiarato che la jihad contro gli infedeli verrà estesa al territorio russo e ha nominato Basayev suo successore.  
 
Un bel regalo a Putin per il G8 di Mosca. Secondo Nikolai Patrushev, capo dell’Fsb, i servizi segreti russi, Basayev era in Inguscezia per preparare un clamoroso attentato in occasione del G8 di Mosca, che inizia sabato 15 luglio. Nessuno potrà mai dire se era vero. Di certo, il presidente russo Vladimir Putin non si lascerà sfuggire quest’occasione internazionale per ricordare ai leader mondiali la minaccia terroristica che incombe sulla Russia e che per il Cremlino giustifica la guerra senza fine in Cecenia. Un conflitto che dura ormai da dodici anni e che è costato al vita a 300 mila ceceni e almeno 25 mila soldati russi.

Raccolto da: moleskine81 a 07:11 | petali | commenti |
guerra e pace, personaggi, paese cecenia

venerdì, 23 giugno 2006
e ti pareva!!

SAVOIA, CONCESSI ARRESTI DOMICILIARI A VITTORIO EMANUELE


Roma, 23 giu. (Apcom) - Il Gip del Tribunale di Potenza Alberto Iannuzzi ha concesso gli arresti domiciliari a Vittorio Emanuele, in carcere a Potenza con le accuse di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, al falso e allo sfruttamento della prostituzione.

La decisione riguardo a Vittorio Emanuele arriva dopo il parere positivo per la concessione degli arresti domiciliari data dal Pm Henry John Woodcock. "Questo è un momento delicatissimo dell'inchiesta - aveva dichiarato poco prima Giulia Bongiorno, avvocato di Vittorio Emanuele - Come è il clima? Il giudice è sereno, noi siamo sereni".

Intanto è pronta l'abitazione romana di Vittorio Emanuele, la stessa Marina Doria sta ultimando i preparativi per ricevere il marito in quella che dovrebbe essere l'abitazione dove Savoia risiederà per gli arresti domiciliari. Secondo quanto si è appreso dall'entourage dei Savoia l'appartamento sarebbe di circa 240 metri quadri e si troverebbe in un condominio ai Parioli.

Il Gip Iannuzzi ha disposto anche la scarcerazione dell'imprenditore siciliano Rocco Migliardi accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Per Migliardi è stato disposto anche l'obbligo di dimora, presso la sua abitazione di Messina e la presentazione giornaliera all'autorità di pubblica sicurezza.

Migliardi, durante l'interrogatorio di garanzia, ammise di aver versato almeno 40mila euro in favore di Vittorio Emanuele per, ufficialmente, attività di beneficenza. Migliardi, secondo il capo d'accusa, è anche il soggetto che dietro una presunta "tangente" di 20mila euro chiedeva l'accelerazione delle pratiche per il rilascio del nullaosta per le macchine videopoker e slot machines. In questa parte della vicenda sono coinvolti funzionari dell'amministrazione dei Monopoli dello Stato.

Raccolto da: moleskine81 a 15:04 | petali | commenti |
personaggi, giustizia, ir-reali

lunedì, 19 giugno 2006
Il Re come un magnaccia?

I primi ad essere sentiti saranno gli organizzatori della banda delle truffe
Tra 7 giorni il Tribunale del riesame deciderà sulla libertà del principe
Savoia, via agli interrogatori

Domani toccherà a Vittorio Emanuele


<B>Savoia, via agli interrogatori<br>Domani toccherà a Vittorio Emanuele</B>

Vittorio Emanuele di Savoia

POTENZA - Quarantott'ore dopo l'arresto di Vittorio Emanuele di Savoia, iniziano oggi al Palazzo di giustizia di Potenza gli interrogatori di garanzia. I giudici inizieranno con Rocco Migliardi, il licenziatario messinese di società per la gestione di apparecchi elettronici da gioco. Sarà poi la volta del segretario del principe Gian Nicolino Narducci e, di seguito, di Achille De Luca e a Massimo Pizza, coinvolti nell'inchiesta della banda delle truffe all'origine del clamoroso arresto del principe. Vittorio Emanuele di Savoia, l'imprenditore veneziano Ugo Bonazza e il sindaco di Campione d'Italia, Roberto Salmoiraghi saranno invece ascoltati domani. Le accuse a vario titolo sono di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, alla corruzione, al falso e gioco d'azzardo.

I legali di Vittorio Emanuele di Savoia hanno già chiesto e ottenuto che il 27 giugno si pronunci sulla legittimità dell'arresto del loro cliente, il Tribunale del Riesame. L'agenda degli interrogatori delle altre sei persone agli arresti domiciliari non è stata ancora fissata. Di Salvatore Sottile, portavoce del leader di An Gianfranco Fini, già indagato per concussione sessuale, si occuperà anche la Procura di Roma a cui sono già stati trasferiti gli atti. Nelle indagini è emersa anche un'intercettazione sul Laziogate per la vicenda dell'esclusione della lista di Alternativa sociale alle Regionali 2005.

Il legale del sindaco di Campione d'Italia, l'avvocato Dante Vengo, tuona indignato: "In questa vicenda mancano non le prove ma i fatti. Ma la cosa più grave è che il dottor Salmoiraghi è in cella senza l' ordinanza di custodia cautelare, perchè non gli è stata consegnata. Non ha letto gli atti e non sa perché è in carcere. Lo sa dai telegiornali".

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venerdì, 16 giugno 2006
L'amarezza di Padre Alex

L'amarezza di p. Alex Zanotelli e dei cittadini invisibili
"Sono stato tradito". Queste le amare parole che abbiamo sentito questa mattina da Padre Alex Zanotelli
Giacomo Alessandroni
7 giugno 2006
Acqua di pozzo"Sono stato tradito". Queste le amare parole che abbiamo sentito questa mattina da Padre Alex Zanotelli.
I fatti di ieri sembrerebbero incredibili, ma purtroppo veri.

Ore 9,00 dal sindaco di Modica, Piero Torchi. Incontro estremamente positivo, "la città di Modica a disposizione per un evento importante dedicato all'informazione dei cittadini della Provincia di Ragusa relativamente al significato della privatizzazione del servizio Idrico Integrato". Una giornata importante alla presenza degli altri sindaci e delle associazioni tutte.

Ore 11,00 incontro con i ragazzi del liceo scientifico. Anche lì si è parlato di acqua. Senza petrolio si può vivere, senza acqua no. Le guerre dell'acqua.

Ore 13,30 conferenza stampa sul lancio del nodo Lilliput a Ragusa ed in particolare la lotta contro la privatizzazione dell'acqua.

Ore 15,00 un incontro con le associazione della città di Modica organizzato dal Direttore della Caritas. Andava tutto benissimo. Ma in questo frangente arriva una comunicazione. "Alle ore 16,00 è convocata l'assemblea dei sindaci per la nomina della commissione per l'aggiudicazione della gara".
La mattina non ne avevamo sentito parlare.

Sembra impossibile a tutti, ma vero. Due delle città più rappresentative in millesimi sono commissariate. I cittadini delle città di Ragusa e Vittoria devono eleggere il loro sindaco tra sei giorni esatti.
Tutti i presenti si decide di andare, con l'obiettivo di volerci confrontare sull'importante argomento e o per arrivare quantomeno a posticipare la discussione a dopo le elezioni.

La Società civile alla presenza di Alex Zanotelli incontra il Presidente della Provincia , i sindaci e i delegati dai sindaci. Viene chiesto con forza il rinvio cercando un confronto sulle diverse posizioni.
Il Presidente della Provincia ci comunica, che essendo anche lui un uomo di chiesa "sulle ideologie e le premesse è assolutamente d'accordo con noi", ma che deve rispettare "i cittadini perché non può fare perdere i cospicui finanziamenti".

La domanda è: di quali cittadini si parla?. Quali dei sindaci, presenti ed assenti (che addirittura delegano su questo importante argomento) hanno mai convocato le rispettive cittadinanze solo per sapere cosa loro ne pensassero rispetto al tema?. Quale sindaco ha perso un po' del proprio prezioso tempo per spiegare cosa significa affidamento della gestione ad un soggetto privato, ad una società mista o in house?. Nessuno.

Fatto questo estremamente grave. Non stiamo discutendo di rimettere a nuovo una facciata di un palazzo. Stiamo discutendo di un bene che ci appartiene, fondamentale, un diritto dell'umanità e quindi nostro. Stiamo discutendo di acqua.
Eppure ci siamo sentiti dire che non eravamo rappresentativi della cittadinanza.
Ed allora chi era rappresentativo?.

Soprattutto abbiamo notato che molti dei soggetti istituzionali presenti erano convinti di interloquire con persone che "lanciavano slogan". Purtroppo, teniamo a sottolineare che molti dei presenti conoscevano molto bene l'argomento, anche rispetto agli aspetti procedurali, seguendo a livello nazionale la questione, partecipando a forum nazionali ed internazionali.

Il fatto grave si è consumato la sera stessa.

I sindaci hanno votato. Si è proceduto come se nulla fosse accaduto. Cittadini invisibili senza nome, volto e capacità critica. Siamo stati offesi, ma non certamente stupiti dalla poca, pochissima lungimiranza politica. Sarebbe bastato posticipare la conferenza, per dimostrare non magari una forma di democrazia partecipata, ma solo un "vi teniamo in considerazione, anche poco, ma vi teniamo in considerazione".

Partiti presenti: solo due, il Partito della Rifondazione comunista con il segretario provinciale e la Margherita da una consigliera provinciale.

E gli altri partiti? Naturalmente neanche loro ne sapevano niente. Naturalmente, oltre ad essere offesi, siamo amareggiati anche di più di quanto lo possa essere Padre Alex Zanotelli, perché a questo si aggiunge la nostra mortificazione, francamente ci aspettavamo qualcosa di più.
Relativamente agli uomini ed alle donne che si riferiscono alla spiritualità ecclesiale, vi alleghiamo una splendida lettera scritta da un vero e grande uomo di Chiesa, L'Arcivescovo della Diocesi di Messina, che così giudica "chi ha intenzione di fare profitto su tale bene comune e diritto dell'umanità".



I CITTADINI INVISIBILI
della Provincia di Ragusa

Lettera dell'Arcivescovo di Messina G. Marra

L'aria e l'acqua sono in assoluto i due beni fondamentali ed indispensabili per la vita di tutti gli esseri viventi e ne diventano fin dalla nascita diritti naturali intoccabili.
E' appurato che laddove è stata realizzata la privatizzazione dell'acqua, oltre ad essere aumentati vertiginosamente i costi per i singoli cittadini (creando non "guadagno" ma "arricchimento" per pochi privati a discapito di tutti), si è trasformato questo bene - diritto fondamentale - in merce, generando così un'ingiustizia senza precedenti e soprattutto un attacco alla sacralità della vita e alla dignità stessa dell'uomo.
L'acqua appartiene a tutti, e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne "illecito" profitto, pertanto si chiede che rimanga gestita esclusivamente dai Comuni organizzati in società pubblica, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso possibile.

L'acqua, come l'aria, è un bene comune: sono d'accordo con quanti chiedono che non venga privatizzata e non diventi merce di speculazione e di profitto.

Messina 11.02.2006
Giovanni Marra, Arcivescovo di Messina.

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mercoledì, 10 maggio 2006
Sarà la svolta?

Venezuela - 10.5.2006
La svolta dell'oro nero
Bolivia e Venezuela aghi della bilancia del mercato petrolifero latinoamericano
Il Venezuela, membro dell’Opec e uno dei maggiori esportatori di greggio del mondo rischia di diventare l’ago della bilancia della situazione sociale latinoamericana.
 
Una trivella al lavoro nella regione dell'OrinocoCosa succede.Infatti, ad una settimana esatta di distanza dalla decisone boliviana di nazionalizzare gli idrocarburi, anche il presidente venezuelano Hugo Chavez ha deciso di fare qualcosa per cercare di ottenere il maggior guadagno possibile dai giacimenti di petrolio che si trovano nella regione dell’Orinoco.
Non si tratta di un vero e proprio esproprio, ma di una nuova serie di imposte (nate all'interno di una riforma fiscale in ambito energetico) che si chiameranno ‘imposte di estrazione’ e che, come ricordato più volte dallo stesso leader venezuelano, serviranno “per arricchire i nostri paesi: questa decisione è un passo avanti verso la piena sovranità petrolifera, e ci porterà centinaia di milioni di dollari”.
Cambierà quindi (si innalzerà dal 34% al 50%) la tassa sulla rendita delle imprese che lavorano nell’area dell’Orinoco. Ma perché tutto questo? Le motivazioni sono soprattutto economiche, ma anche sociali. “Le imprese che stanno estraendo petrolio in Venezuela stanno guadagnando molto denaro” ha detto Chavez. Che ha anche ricordato come questi soldi saranno impiegati per migliorare le condizioni di vita della popolazione venezuelana.
Un nuovo vento soffia dunque in Sud America. E’ il vento libertario delle popolazioni indigene che, a distanza di centinaia di anni, ritornano ai posti di comando nei rispettivi governi, o quantomeno, sono parte in causa nelle decisioni prese.
Prima della nazionalizzazione lo stato boliviano otteneva dalle grandi multinazionali, che estraevano gas naturale dalle sue riserve, una royalty pari al 18 per cento. Il restante 82 per cento andava alle aziende. Adesso però i rapporti si sono letteralmente invertiti: la Bolivia percepirà una royalty pari all’82 per cento, alle aziende resterà il 18.
L’esempio boliviano potrebbe essere seguito a breve anche dal candidato peruviano Humana Ollanta (che dovrà affrontare il ballottaggio all’inizio del mese di giugno contro Garcia) che non ha nascosto la volontà di dare un giro di vite ‘ultranazionalista’ alla politica economica peruviana.
 
Il marchio del petrolio brasilianoLe reazioni. Come avvenuto per la situazione creata da Morales in Bolivia, anche per le decisioni venezuelane ci saranno reazioni seccate da parte delle aziende multinazionali che si occupano di estrazione di petrolio e forse anche di molte nazioni interessate. Nella Repubblica Bolivariana di Venezuela ci sono molte compagnie straniere. Come quelle statunitensi: la Exxon, la Chevron e la Mobil. Ma ci sono anche quelle francesi, come la Total, e quelle nord europee, come la  norvegese Statoil. Ognuna di queste aziende ogni anno ricava centinaia di milioni di dollari dall’estrazione di petrolio.
Dopo la decisione di Morales nazionalizzare gli idrocarburi, il presidente brasiliano Luis Ignacio Lula da Silva ha storto il naso e si è visto costretto a difendere gli interessi economici della Petrobras, la compagnia petrolifera di Stato. Così anche ha fatto lo spagnolo Josè Rodriguez Zapatero, che si è visto costretto a inviare un manipolo di manager per discutere in merito alla presenza in Bolivia della Repsol, colosso petrolifero mezzo spagnolo e mezzo belga.
Ma anche l’italiana Eni nelle ultime settimane ha avuto a che fare con il Governo di Chavez per cercare un accordo sull’accettazione del nuovo schema previsto dal leader bolivariano: una sorta di economia mista per le aziende petrolifere.
 
Castro, Chavez e Morales durante un incontro avvenuto un paio di settimane fa all'HavanaNiente più balie. Le promesse politiche delle campagne elettorali di Chavez in Venezuela e di Morales in Bolivia, (come forse sarà anche per quelle di Ollanta in Perù), sono state mantenute. Secondo quanto affermato dai presidenti le popolazioni da oggi sono più ricche e possono decidere del loro futuro senza aver bisogno di balie, sviluppando nuove economie, tagliando la disoccupazione e creando un nuovo tessuto sociale più stabile.
Resta da vedere come reagiranno a tutto questo le potenti multinazionali e tutti coloro ai quali converrebbe lasciare in condizioni di miseria queste popolazioni, che hanno immense ricchezze nei loro territori.
Alessandro Grandi

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venerdì, 21 aprile 2006
Ipotesi di guerra all' Iran

Seymour Hersh
Ripublichiamo l'inchiesta di Symour Hersh sull'ipotesi di attacco all'Iran
  Seymour Hersh
In pubblico, l’amministrazione Bush non cessa di appellarsi alla diplomazia, per tentare di dissuadere l’Iran dalla costruzione di armi atomiche; tuttavia, lontano da occhi indiscreti, l’entourage del presidente ha aumentato le attività clandestine in territorio iraniano e ha intensificato i piani per un eventuale attacco aereo in grande stile. Alcuni funzionari presenti e passati dell’esercito e dell’intelligence americana hanno dichiarato che gli strateghi della Air Force stanno stilando le liste degli obiettivi; allo stesso tempo, alle truppe di combattimento americane è stato ordinato di raccogliere, sotto copertura, informazioni circa gli obiettivi designati e di stabilire contatti con i gruppi etnici antigovernativi. Questi funzionari sostengono anche che Bush sia determinato a negare al regime iraniano la possibilità di intraprendere un programma-pilota di arricchimento dell’uranio, previsto per questa primavera.


N.B. Siccome l'articolo è molto lungo, per leggerlo in formato integrale, clicca qui

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giovedì, 20 ottobre 2005
che tristezza 1!

Cofferati rade al suolo la bidonville dei Rom. Ruspe di sinistra? No, sindaco di destra

di Giorgio Cremaschi

Cosa fa un sindaco di sinistra di fronte a degli operai stranieri supersfruttati, che vivono in baracche? Cerca di aiutarli. Cosa fa un sindaco di destra? Manda le ruspe. Sergio Cofferati ha mandato le ruspe. Alle prime luci del mattino queste hanno spianato una povera bidonville di muratori rumeni, alle porte della civilissima Bologna. Così i bambini e le mogli, colti nel sonno e meno lesti a fuggire, hanno visto in faccia il rigore della legalità, là ove la sinistra governa.

Certo si tratta di famiglie fuori legge. Gli uomini lavorano, con o senza permesso di soggiorno, per «appaltatori» che violano tutte le leggi, restando però impuniti, anzi magari ammirati per le capacità imprenditoriali. In questo inferno, in questa moderna schiavitù, non si può neppure concepire il diritto alla casa. Quello non c'è nemmeno per i bolognesi doc.

E così i poveri stanno in baracche. Come nel film "Miracolo a Milano", ove una comunità di "barboni" veniva fatta sloggiare dalle baracche insediate nella periferia della metropoli, anche là per ordine del sindaco.

Zavattini e De Sica, autori di quella fiaba capolavoro del neorealismo, dipingevano il sindaco, gli assessori, i vigili urbani, come rappresentanti di un potere sordo e ottuso, incapace anche della semplice gentilezza. Forse essi non pensavano che cinquant'anni dopo altri sbaraccamenti sarebbero stati vanto del sindaco della città simbolo della sinistra.

Tutto ciò fa provare rabbia e vergogna, prima di tutto perché questa insensibilità profonda viene dalla nostra parte politica, da quella che vuol mandare via il governo Berlusconi e la Lega. Si provano rabbia e vergogna perché i poveri non possono diventare cenere da nascondere sotto il tappeto del perbenismo, ed è davvero ben misero un concetto di legalità totalmente separato dalla giustizia e dalla sensibilità sociale.

Ma accanto alla rabbia sorge una domanda. Perché l'ex segretario della Cgil, che ha portato in piazza tre milioni di persone per difendere il lavoro dalla precarizzazione, oggi perseguita proprio i più precari tra i lavoratori? In realtà ha ragione Cofferati quando sostiene di non essere sostanzialmente cambiato, come uomo della sinistra. Ma di quale sinistra? Di quella "del prima e del dopo".

Prima, quando non è al governo, questa sinistra sta dalla parte del popolo, quasi sempre senza se e senza ma. Ma poi, quando raggiunge un ruolo di potere, quando amministra o governa, questa sinistra cambia. In realtà essa semplicemente assume in sé le sembianze e le funzioni del popolo. Il popolo siamo noi, essa proclama, così come i re di Francia dicevano di se stessi assolvendosi da qualsiasi dovere di rappresentanza. Quei re erano considerati capaci di trasformare il male in bene, per il solo fatto di regnare. E una certa sinistra, come quei re, pensa di essere di per sé il bene del popolo, indipendentemente da quello che il popolo dica o pensi.

Per questo essa crede di essere autorizzata, una volta al governo, a fare ciò che affronterebbe con le barricate stando all'opposizione. Non per cattiveria o corruzione, ma per senso di responsabilità.

Sia chiaro, in tutto questo non centra l'essere più radicali o più riformisti, beati o rivoluzionari, sia i comunisti, sia i socialdemocratici hanno vissuto una lunga storia di "prima e dopo". Non sarebbero crollati così ignominiosamente i socialismi dell'est europeo, se non fossero stati governati da una burocrazia che pretendeva contemporaneamente di essere il popolo e di comandare sul popolo. E, nel nostro piccolo, non è forse vero che la Cgil di Cofferati, quando governava il centro sinistra, non era certo tutti i giorni nelle piazze, e approvava persino la guerra umanitaria? Poi le cose sono cambiate con Berlusconi, speriamo che non mutino di nuovo.

Ma la sinistra del "prima e del dopo" non manda le ruspe solo perché si dà da sola il diritto di farlo. Lo fa anche perché è priva della partecipazione emotiva, dell'identificazione morale, con gli esclusi. Claudio Sabattini, quando era segretario della Fiom, disse che non si può fare bene il mestiere del sindacalista, se non ci si identifica con la sofferenza di chi si vuol rappresentare. Ecco, ad un certo punto può capitare che tutti i legami con questa sofferenza si recidano e la governabilità e i sondaggi prevalgano su tutto.

Certo i muratori rumeni non votano alle elezioni comunali di Bologna. Ma quella città è diventata quello che è perché più di cento anni fa i socialisti riformisti, da Andrea Costa a Camillo Prampolini, vi organizzarono gli esclusi. Quei riformisti hanno dato agli esclusi di allora senso della giustizia e della dignità e, ben prima, che avessero formalmente il diritto di voto li hanno educati ad essere dei cittadini. Quel socialismo riformista aveva un profondo senso dell'appartenenza e della missione umanitaria della sinistra e mai, mai, avrebbero colpito i più deboli e i più umili nelle proprie file, quali che fossero la giustificazione o l'opportunità politica ed elettorale.

Romano Prodi ha preso moltissimi voti in Emilia, li consideri un'indicazione a seguire la via di Prampolini, e non quella di Cofferati. Altrimenti vincerà prima le elezioni, ma comincerà a perdere subito dopo.
20 ottobre 2005

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