tulipaniegirasoli

Qui c'è la pace in cantiere permanente!

Eccomi

Utente: moleskine81
Nome: Giacomo Ambrosino
Questo è un campo dove raccogliere fiori di pace e libertà..è un campo dove seminarli e lasciare che crescano. E' un campo aperto a chi crede in questi valori.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • Powered by Splinder

M'ama o non m'ama?

visitato *loading* volte









Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare. Federico Fellini


Area Download
Dichiarazione Universale
Diritti dell'Uomo
 
 
 
 
 
 
 
 
sabato, 11 novembre 2006
Un doppio tradimento

Segnalo da «La Repubblica» di ieri (venerdì 10 novembre 2006) una di quelle notizie che hanno il potere di farmi innervosire terribilmente e allo stesso tempo sfiancarmi per la delusione. È come un tradimento. Doppio.

 

Denuncia del presidente del Fondo per l'ambiente in Italia Giulia Maria Crespi
"Me lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta"

"L'8 per mille dato dagli italiani per l'arte
andato in gran parte per la guerra in Iraq"

Legambiente: "Grave inganno per i cittadini. Aumenta sfiducia verso le istituzioni"
Il sottosegretario: "Useremo il contributo per le finalità stabilite dalla legge"


ROMA - "Sono rimasta strabiliata che l'8 per mille dato dai cittadini italiani per l'arte, la cultura e il sociale sia andato in gran parte per la guerra in Iraq e solo una minima parte per la fame nel mondo". Lo ha detto il presidente del Fai, Fondo per l'ambiente in Italia, Giulia Maria Crespi aprendo a Roma il convegno nazionale sul tema "La riscossa del patrimonio. Beni culturali, paesaggio e rilancio economico". "A rivelarmelo è stato Enrico Letta - ha aggiunto - il quale a suo tempo lo aveva riferito in una conferenza stampa ma era stato riportato solo in un trafiletto di giornale".
Le parole di Letta. "Il Consiglio dei ministri di oggi ha affrontato la questione dell'8 per mille per quel che riguarda la quota statale", disse lo scorso 31 agosto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta. "Questa quota - aggiunse Letta - all'incirca 110 milioni di euro, con le finanziarie degli anni scorsi è stata decurtata, e i fondi usati per altri scopi", rispetto a quelli previsti: restauro dei beni culturali, lotta alla fame, assistenza ai rifugiati, calamità naturali.
Per questo, secondo il sottosegretario, "abbiamo trovato soltanto 4,7 milioni di euro sugli oltre 100 che dovevano essere disponibili". Una scelta, sottolineò Letta a proposito del precedente governo, "che si commenta da sola, e che noi critichiamo".
Questo, proseguì Letta, "a fronte di 1.600 domande per oltre 630 milioni di euro". Una situazione che ha costretto il governo Prodi a fare delle scelte: "Abbiamo deciso di usare i 4,7 milioni di euro solo per un capitolo dei 4 per i quali vengono impiegate queste risorse: l'assistenza ai rifugiati e le calamità naturali".

Legambiente. "Sicuramente quando hanno firmato per l'8 per mille allo Stato non pensavano di andare a finanziare la missione in Iraq. Un grave inganno per gli italiani", afferma Roberto Della Seta, presidente di Legambiente. "Se la denuncia della signora Crespi fosse vera - continua Della Seta - si tratterebbe di un atto gravissimo non solo per l'effetto diretto, e cioè i soldi sottratti ai Beni culturali, ma anche per quello indiretto che si traduce nell'aumento della sfiducia dei cittadini verso le istituzioni".

La replica di Letta. Con la prossima finanziaria l'8 per mille tornerà ad essere utilizzato "per le finalità stabilite dalla legge". Lo ha assicurato in serata il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta da Verona, dove si trova per un foro di dialogo italo-spagnolo. Letta ha confermato che "negli anni scorsi l'8 per mille è stato mal utilizzato". Più in particolare "nella finanziaria del 2005 - ha precisato - è stato dirottato su finalità che non avevano nulla a che fare con l'8 per mille. Ma già con questa finanziaria - ha concluso - abbiamo intenzione di cambiare usanza".

Raccolto da: burundi a 14:59 | petali | commenti |
guerra e pace, politica, scusate se è poco

sabato, 27 maggio 2006
Elezioni comunali a Napoli

Da «La Repubblica» di ieri, venerdì 26 maggio 2006, pag. 19

 

Rosetta, la mamma della città
contro il poliziotto-senatore

La sinistra si fa in due, in bilico palazzo San Giacomo

 

di Antonello Caporale

 

Napoli – Attenzione, attenzione: in tutti i gazebo della città è finalmente in distribuzione il cd “Napoli nel cuore”. La compilation di Silvio Berlusconi è il segno dell’attenzione e un modo (testuale) «per offrire ristoro ai cittadini che in tutti questi anni hanno subìto nelle orecchie la voce della Iervolino». L’ammuìna berlusconiana, intonata e romantica, allieterà gli automobilisti bloccati nel traffico, la vendita di pizzette fritte, borse contraffatte, cineserie varie. Forcella, Quartieri Spagnoli, il Pallonetto, Scampia. Napoli canta, Napoli canta da sempre e continuerà a farlo con allegria e spensieratezza.

Nel turno di schedina del 28 maggio l’unica partita che autorizza una doppia è questa qui. Se infatti Roma è di Veltroni, la Sicilia di Cuffaro, Torino di Chiamparino e Milano della Moratti, Napoli di chi è? Ma prima e soprattutto: Napoli adesso com’è? Stanca, delusa, e soprattutto ferma.

La borghesia produttiva da sempre ha come unica vocazione l’edilizia. Se gli togli il cemento, la costruzione e la ricostruzione, se gli vieti la speculazione, si blocca e si lascia morire di inedia. Il Pil della città per un terzo è costituito dai fondi regionali, per un altro terzo dal frutto della delinquenza organizzata. Quel che resta è il fatturato dell’industria e dei servizi. E si può dire di tutto di Rosetta Russo Iervolino, ma non che abbia trafficato con i costruttori: «Ho dato calci negli stinchi, ho vietato la speculazione a Bagnoli, ho fatto approvare il piano regolatore generale. Adesso ci sono le regole. Infatti i loro giornali mi trattano male».

Il centrosinistra decise cinque anni fa di mandare Rosetta a piazza Municipio. Una donna dalle mani pulite, onesta oltre ogni dubbio, e dalle mani ferme, era stata infatti un buon ministro dell’Interno. Ma quando è ritornata nella sua città, che non frequentava così spesso, e si è diretta al Municipio, i pregi della sua figura dolce e comprensiva hanno contribuito a farne la mamma più che il sindaco di Napoli. Mamma dei partiti, che in Campania e soprattutto in questa città offrono il peggio della loro mercanzìa. «Qualcuno era sfaticato, sì lo ammetto. E dico che se rivincerò cambierò molte poltrone, userò di più la forza. Io non ho più niente da chiedere alla politica e lo potrò fare».

Mamma della città. C’era una manifestazione improvvisa? Abbiate pazienza. Un corteo non organizzato? Abbiate pazienza. Un assessore sfaticato o un netturbino negligente? Pazienza. Un’opera che non partiva? Comprensione. Troppo buona, troppo mamma che ha condiviso con la città tutti i suoi difetti e raccolto con il suo operato anche il senso e gli atteggiamenti di un modo di vivere, e persino interpretato il vezzo diffuso, la postura verbale partenopea verso il figlio scapestrato: ogni scarrafone è bello a mamma soia. Buoni e cattivi, son tutti figli. È parsa così. E in altri momenti è parsa come quelle donne urlanti dei vicoli: vatt’a buscà o’ pane! Fai qualunque cosa, lecita o anche illecita, basta che porti a casa i soldi.

Qualunque cosa. E così questa città che pure ha avuto quattro nuove stazioni di metropolitana, un piano colossale di restauro degli edifici, 1016 palazzi finanziati nella manutenzione straordinaria, che ha visto aperti nuovi e magnifici musei (il Madre è senza dubbio il più prestigioso), con un nuovo piano regolatore e un’idea di sviluppo compatibile e sostenibile, è parsa più disordinata e sporca di ieri, più insicura e povera, più debole e fragile.

È solo parsa? Lo è. Tanto che il centrodestra adesso propone, oltre alle canzoni, un ex questore come sindaco. La mano finalmente ferma, la voce forte e sicura di Franco Malvano. Un uomo della borghesia lontano dai partiti, con uno staff elettorale che fa perno solo sulla famiglia: la moglie, i figli, i parenti stretti. Malvano riceve nel clima rarefatto del Jolly Hotel. Lusso contro povertà, silenzio nella città del rumore. Malvano però gira in motorino: «Conosco una per una le buche della città. Che non deve mai più essere una discarica come adesso si presenta».

Un poliziotto sarà la carta vincente? «Beh, ha fatto il questore per tanti anni, aveva la possibilità di lottare corpo a corpo contro la camorra. Non ricordo che con lui a capo della polizia le cose siano andate meglio. È stato l’uomo della mediazione, di chi circoscrive il danno. Vuoi protestare senza permesso? Fallo, ma non creare altri casini. Perché da sindaco Malvano dovrebbe realizzare programmi che non ha saputo onorare da questore?». La domanda del diessino Isaia Sales, l’unico politico che abbia rinunciato all’indennità prevista dalla legge, fatto scandaloso in città e dunque assolutamente non emulato, rappresenta il cuore della risposta del centrosinistra. «Malvano vuol fare il sindaco ma ha chiesto, intanto, di essere eletto senatore. Un paracadute, un segno di debolezza, un modo clamoroso per avvertire che anch’egli, come tutti coloro che il centrodestra in questi anni ha fatto scendere in campo, durerà fino a lunedì sera. E poi, allo stesso modo di tutti quelli che l’hanno preceduto, fuggirà a Roma».

Ma Napoli è sempre Napoli. E infatti solo qui la politica, che darà sì un lavoro precario ma molto ben pagato, è rappresentata da ottomila candidati. Al comune, alle nuove municipalità che hanno sostituito le circoscrizioni. Ottomila. E di questi oltre duecento, la conta è della questura ed è ancora purtroppo parziale, sono ineleggibili. Pregiudicati certificati. Falsari, truffatori, ladri e ladruncoli. Hanno dichiarato il falso pur di esserci. Camorristi? Forse. Sicuramente ineleggibili ma presenti con il loro nome sulla scheda elettorale e le loro facce, le catenone al collo, i loro sorrisi sui manifesti. Quaranta centesimi ricevono gli attacchini per ogni faccia incollata sui muri. È la corsa all’oro, nella quale c’è la mano di tutti i partiti, anche di quelli di sinistra.

I candidati diessini per esempio ricevono in comitati elettorali di imponente e scenica ampiezza. Certo, c’è tra loro chi ha rifiutato questa particolare prova muscolare. Il capolista dei Ds, Roberto Barbieri, gestisce la campagna da una stanza ottenuta nell’appartamento che ospita la federazione provinciale: «Bisogna far ripartire Napoli, sostenere i privati, dargli un obiettivo, forse anche un sogno. Rimettere in campo la borghesia produttiva, sollecitare la cultura a impegnarsi. Con un governo amico, che non significa complice, la città può tornare a splendere».

Per intanto la sinistra deve ritornare ad essere amica di sé stessa. «È smarrita la tensione dei primi anni di Bassolino» annota l’antropologo Marino Niola. «La città è peggiore, più brutta, più spenta di quella». Marco Rossi-Doria, maestro di strada, figlio di Manlio, il grande meridionalista, capeggia con una lista autonoma la rivolta politica, indica da terzo incomodo la nuova strada: «Niente più miracoli, ma civiltà. È un popolo che avrebbe solo bisogno di maggior cura, di senso dello Stato, di servizio amministrato con imparzialità. Questa è la città più giovane d’Italia, e i ragazzi sono talentuosi, pieni di ingegno e di voglia di fare. Basterebbe che la sinistra li ascoltasse, basterebbe essere più onesti e più seri. Basterebbe poco per liberarli dalla camorra».

Domenica si vota, ieri Berlusconi è tornato sul palco, insieme a Fini ma non a Casini. È candidato anche il Cavaliere ma forse sarà presente solo nella funzione di consulente («gratis!» ha comunque precisato). Ama Napoli quasi quanto Milano, ma prenderà casa solo se vincerà il suo poliziotto. Doveva venire Romano Prodi, ma ha scelto Palermo. «Bastiamo noi» ha ripetuto Iervolino. Forse sì. O forse no.

Raccolto da: burundi a 08:09 | petali | commenti |
politica

venerdì, 21 aprile 2006
Cento giorni per Evo

Bolivia: i primi 100 giorni del governo di Evo Morales
Nonostante la prudenza, il nuovo governo è stretto dalla destra interna e internazionale. E anche da settori «avventuristi» di sinistra
Maurizio Matteuzzi
Fonte: Il Manifesto
21 aprile 2006

Manca ormai poco al taglio dei primi 100 giorni del governo di Evo Morales e Alvaro Garcia Linera, eletto a valanga il 18 dicembre e entrato in carica il 22 gennaio scorsi. Sono stati cento giorni difficili e, considerata la situazione della Bolivia e le attese suscitate dall'elezione a presidente della repubblica del primo indio, non poteva essere altrimenti. Evo ha sollevato, dentro e fuori il paese, speranze (e, dall'altra parte del tavolo, timori) enormi. Il suo impegno a «rifondare» la Bolivia e ad avviare una «rivoluzione culturale e democratica» richiedono ben più di 100 giorni, dopo 200 anni di apartheid anti-india e di saccheggio neo-coloniale. Il gas boliviano, l'ultima delle ricchezze rimaste al paese, è un piatto troppo succulento per pensare che potesse essere offerto (o mollato) dalle grandi compagnie transnazionali su un vassoio d'argento. Nel suo ufficio nel Palacio Quemado di La Paz dove entra ogni mattina prima delle 6, Evo ha appeso un ritratto del Che Guevara, ma lui stesso in una recente intervista ha dovuto riconoscere che lì dentro si sente «prigioniero delle leggi neo-liberiste».
La lunga attesa di cambi radicali provocano impazienze inevitabili da una parte e tentativi di destabilizzazione dall'altra, sopratutto dell'oligarchia bianca e del business internazionale.
Le proteste e gli scioperi sono cominciati presto. I primi, in febbraio, dei cocaleros (anche se non quelli del sindacato di cui Evo era il leader) che esigevano di piantare coca in una zona proibita; poi le micro-imprese tessili e i venditori di abbigliamento usato proveniente dagli Usa che si scontrano gli uni contro gli altri, ed entrambi contro il governo, a El Alto; i piloti della compagnia aerea Lab, privatizzata nei precedenti governi neo-liberisti; gli autisti degli autobus e i lavoratori della sanità... Poi le grandi compagnie, come la Repsol spagnola-argentina, che in attesa della inevitabile ma prevedibilmente prudente nuova legge di «ri-nazionalizzazione» delle risorse (soprattutto il gas), non si capacitano di non poter più fare, come hanno sempre fatto, i comodacci loro; ovvero gli organismi finanziari internazionali, come la Banca Inter-americana di sviluppo, a cui Evo è andato a chiedere la cancellazione di «una parte» del miliardo e mezzo di dollari che la Bolivia le deve ma che - udite, udite - a nome di Brasile e Messico, ha espresso le sue «riserve».
Evo, che ha il dono della pazienza e della persuasione, cerca di trattare ma già più volte è sbottato usando parole dure: «sabotaggio» a proposito dei maneggi delle multinazionali, «cospirazione» a proposito delle manovre degli «autonomisti» (o secessionisti) di Santa Cruz e delle pulsioni «avventuriste» dei settori popolari più radicali. Come il leader sindacale della Cob, Jaime Solares, che ha indetto uno sciopero generale a tempo indefinito a partire da domani contro «le inadempienze» del governo. L'obiettivo finale è convergente: la «destabilizzazione».
L'esempio più recente, che non sarà l'ultimo, è quello di Puerto Suarez, sperduta città dell'oriente boliviano nel dipartimento di Santa Cruz, proprio sul confine con il Brasile (Corumbà, nel Mato Grosso do sul, è subito di fronte), porto fluviale che dovrebbe essere lo snodo di un sempre sognato «canale bi-oceanico» connesso al sistema idrografico dei fiumi Paranà-Paraguay. A Puerto Suarez, 650 km da Santa Cruz, nel mezzo di quel miracolo ecologico a rischio che è il Pantanal e delle terre degli indios chiquitanos, da mesi una compagnia brasiliana, la MMX, e la sua filiale-fantasma cruceña, la EBX, stanno costruendo un grande impianto siderurgico fregandosene delle leggi a protezione dell'ambiente e anche della costituzione boliviana, che proibisce agli stranieri di acquisire proprietà in una fascia di 50 km dai confini. Mercoledì a Puerto Suarez sono arrivati tre ministri di Evo - Carlos Villegas, pianificazione; Celinda Sosa, sviluppo economico; Walter Villaroel, miniere - per rendersi conto de visu della situazione. Dopo insulti e spintoni, sono stati sequestrati dai facinorosi dei Comitati Civici di Puerto Suarez e di Santa Cruz che esigono dal governo l'immediata concessione dei permessi di costruzione. I tre ministri sono stati liberati all'alba di ieri da un blitz di 100 militari, mentre il vicepresidente Garcia Linera definiva il sostegno «popolare» dei cruceños alla MXX-EBX «economicamente insostenibile e politicamente immorale».
Tre mesi dopo l'insediamento e tre mesi prima del voto per la Costituente che dovrà «rifondare» la Bolivia, lo scontro si fa duro e la polirazzione incalza. Chissà se a difendere il processo iniziato il 18 dicembre basterà la riesumazione del vecchio Estado mayor del pueblo e la creazione dei nuovi Comités de defensa de la democracia.

Raccolto da: moleskine81 a 15:41 | petali | commenti |
politica



Le api che si son posate su di noi:

utente anonimo in Ricette dal mondo sc...

Campo di fiori

oggi
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004

Tulipani&Girasoli





Emergency
wwf

leggeteci in pace


control arms