
Nome: Giacomo Ambrosino
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Segnalo da «La Repubblica» di ieri (venerdì 10 novembre 2006) una di quelle notizie che hanno il potere di farmi innervosire terribilmente e allo stesso tempo sfiancarmi per la delusione. È come un tradimento. Doppio.
ROMA - "Sono rimasta strabiliata che l'8 per mille dato dai cittadini italiani per l'arte, la cultura e il sociale sia andato in gran parte per la guerra in Iraq e solo una minima parte per la fame nel mondo". Lo ha detto il presidente del Fai, Fondo per l'ambiente in Italia, Giulia Maria Crespi aprendo a Roma il convegno nazionale sul tema "La riscossa del patrimonio. Beni culturali, paesaggio e rilancio economico". "A rivelarmelo è stato Enrico Letta - ha aggiunto - il quale a suo tempo lo aveva riferito in una conferenza stampa ma era stato riportato solo in un trafiletto di giornale".
Le parole di Letta. "Il Consiglio dei ministri di oggi ha affrontato la questione dell'8 per mille per quel che riguarda la quota statale", disse lo scorso 31 agosto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta. "Questa quota - aggiunse Letta - all'incirca 110 milioni di euro, con le finanziarie degli anni scorsi è stata decurtata, e i fondi usati per altri scopi", rispetto a quelli previsti: restauro dei beni culturali, lotta alla fame, assistenza ai rifugiati, calamità naturali.
Per questo, secondo il sottosegretario, "abbiamo trovato soltanto 4,7 milioni di euro sugli oltre 100 che dovevano essere disponibili". Una scelta, sottolineò Letta a proposito del precedente governo, "che si commenta da sola, e che noi critichiamo".
Questo, proseguì Letta, "a fronte di 1.600 domande per oltre 630 milioni di euro". Una situazione che ha costretto il governo Prodi a fare delle scelte: "Abbiamo deciso di usare i 4,7 milioni di euro solo per un capitolo dei 4 per i quali vengono impiegate queste risorse: l'assistenza ai rifugiati e le calamità naturali".
Legambiente. "Sicuramente quando hanno firmato per l'8 per mille allo Stato non pensavano di andare a finanziare la missione in Iraq. Un grave inganno per gli italiani", afferma Roberto Della Seta, presidente di Legambiente. "Se la denuncia della signora Crespi fosse vera - continua Della Seta - si tratterebbe di un atto gravissimo non solo per l'effetto diretto, e cioè i soldi sottratti ai Beni culturali, ma anche per quello indiretto che si traduce nell'aumento della sfiducia dei cittadini verso le istituzioni".
| Scusate il ritardo |
| L'esercito Usa ritira 9mila giubbotti antiproiettile difettosi. Già usati da mesi in Iraq |
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Nelle battaglie casa per casa come quelle di Falluja, o nelle normali operazioni di pattugliamento a bordo degli Humvee, migliaia di militari statunitensi rischiano la vita ogni giorno in Iraq e in Afghanistan. Ma negli ultimi mesi alcuni sono andati più vicino alla morte di quanto immaginassero, e forse qualcuno di loro non è mai tornato a casa per raccontarlo. Dallo scorso autunno, infatti, più di 9mila marines potrebbero aver indossato un tipo di giubbotto antiproiettile che un test del governo aveva scoperto essere difettoso. Ma gli alti comandi hanno ordinato il ritiro di una parte di queste vesti protettive appena la scorsa settimana, dopo la pubblicazione su una rivista militare di un’inchiesta sulla vicenda.
Bocciato ai test. Il giubbotto in questione è l’Interceptor, prodotto dalla ditta Point Blank per il Pentagono. Dovrebbe essere in grado di neutralizzare proiettili da 9 millimetri. Ma un documento interno del corpo dei marines, pubblicato il 19 luglio 2004 dopo un test su alcuni modelli, lo bocciò senza appello: “ha dato risultati fallimentari” a causa di “penetrazioni multiple” e “ho scarsa fiducia nelle sue prestazioni”, sentenziò l’autore del rapporto James MacKiewicz, un esperto di balistica con 18 anni di esperienza al servizio del governo. Invece di prestare fede alle raccomandazioni del rapporto, il responsabile dei giubbotti antiproiettile per i marines – tenente colonnello Gabriel Patricio – firmò alcune deroghe per permettere la distribuzione ai militari delle protezioni incriminate. C’era bisogno urgente di giubbotti antiproiettile in Iraq e in Afghanistan, e secondo Patricio quei test iniziali non erano accurati. Il tenente colonnello decise quindi di sottoporli a un nuovo esame in un laboratorio indipendente. Questa volta i risultati furono positivi, e il corpo dei marines acquistò 19mila Interceptor.
Migliaia di giubbotti ritirati. Di questi, circa 10mila non sono mai stati impiegati e giacciono in magazzino. Ma oltre 9mila vengono usati ogni giorno da altrettanti marines in Iraq e in Afghanistan, mentre – come scrive Christian Lowe, il reporter del Marine Corps Times che ha indagato sulla vicenda – vengono apertamente rifiutati dai contractor privati che lavorano in Iraq. Dopo la pubblicazione dell’articolo sugli Interceptor, il portavoce della ditta produttrice ha subito precisato che la Point Blank difende tuttora il modello di giubbotto, e che “non ha notizia di vittime o feriti a causa sua”. Ma il corpo dei marines ha deciso immediatamente il ritiro dal fronte di 5.277 dei 9mila Interceptor in dotazione ai militari, ufficialmente non per motivi di sicurezza ma “per non far nascere dubbi” tra le truppe. Degli altri 4mila non ha ancora deciso cosa fare.
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