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Qui c'è la pace in cantiere permanente!

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Utente: moleskine81
Nome: Giacomo Ambrosino
Questo è un campo dove raccogliere fiori di pace e libertà..è un campo dove seminarli e lasciare che crescano. E' un campo aperto a chi crede in questi valori.

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sabato, 14 ottobre 2006
600 mila morti

Questo il costo, secondo un nuovo studio americano, della guerra in Iraq.
L'amministrazione Bush ridimensiona i numeri, ma anche un rapporto del Pentagono ammette che la situazione sta peggiorando.

Il New York Times ha anticipato ieri i risultati di uno studio della Scuola medica Bloomberg della Johns Hopkins sul numero dei morti civili iracheni dal 2003 a oggi. Lo studio, che uscirà per Lancet, prestigiosa rivista inglese di medicina, situa questo numero tra 426.369 - 793.663. I morti iracheni sarebbero quindi una media di 601.027.
Se le cifre riportate sono esatte questo significa che il numero di morti iracheni corrisponde al 3 per cento dell’intera popolazione. Significa che il numero delle vittime per ogni mese sale a 15 mila, più o meno il quadruplo di quelle registrate solo lo scorso luglio, considerato dal governo iracheno il peggior mese per decessi del 2006.
Ma rimettendo ad altri luoghi la discussione sull’attendibilità di tali risultati (che prevedono un range di errore molto ampio e sembrano molto lontani anche dalle cifre dell’Iraq Body Count, il database pubblico e indipendente che ‘tiene il conto’, sulla base di quanto riportato da media e fonti militari, degli iracheni morti in seguito ad azioni militari e che li stima al massimo a 49 mila), il dato interessante è uno.
Al di là della verità e dei numeri, lo studio pubblicato da Lancet, i calcoli di IBC e il rapporto del Pentagono Measuring Stability and Security in Iraq dicono la stessa cosa. Affermano che il numero di morti in Iraq sta progressivamente aumentando. Per il Pentagono, per esempio, la media giornaliera è passato da 26 vittime irachene del 2004 a 120 nel 2006.
Per il segretario della Difesa Donald Rumsfeld la ragione è semplice e acquietante. Come ha affermato all'inizio della guerra: "Nulla è perfetto e le cose succedono perché la libertà è disordine". Il fatto è che neppure le prospettive appaiono incoraggianti. Anzi, la situazione sembra destinata a peggiorare. I piani in proposito parlano chiaro: il numero delle truppe statunitensi in Iraq rimarrà invariato, rispetto ai livelli attuali (14 brigate, cioè oltre 140 mila militari tra esercito e marines), fino a tutto il 2010. A rivelarlo è stato il generale Peter Schoomaker, che dichiara: non si tratta di fare previsioni, ma di "avere abbastanza munizioni nel caricatore per potere continuare a sparare fin quando vogliono che spariamo".

Diario.it, 12 ottobre 2006

Raccolto da: burundi a 16:16 | petali | commenti |
stragi, dove son finiti i diritti umani

mercoledì, 19 luglio 2006
I talebani avanzano..

Afghanistan - 19.7.2006
I talebani avanzano
I talebani conquistano il sud di Helmand e resistono nel nord. Civili in fuga dalle bombe Usa
I talebani hanno conquistato i distretti di Garam-seer e Nawa-i-Barakzayi, nel sud della provincia di Helmand, arrivando così a soli 20 chilometri dal capoluogo, Lashkargah, dove si trova il quartier generale delle forze Nato-Isaf britanniche. Le locali forze di sicurezza afgane sono fuggite davanti all’avanzata dei combattenti del mullah Omar, che hanno quindi preso il controllo di uffici governativi e caserme senza colpo ferire.
 
TalebaniI talebani conquistano il sud. La notizia, inizialmente smentita dal governo di Kabul, è stata confermata dai comandi militari Usa. “E’ vero, i talebani hanno conquistato i due distretti – ha dichiarato nella serata di ieri il colonnello Thomas Collins – ma li teniamo sotto tiro e molto presto lanceremo un’operazione decisiva per riprendere il controllo della zona”.
Temendo i bombardamenti Usa, centinaia di civili stanno lasciando i villaggi lungo le rive del fiume Helmand, che attraversa il deserto del Registan, dirigendosi a nord verso Lashkargah.
Anche tutte le Ong internazionali che ancora operavano nella provincia di Helmand hanno lasciato o stanno lasciando la zona. Tutte tranne l’organizzazione italiana Emergency, che a Lashkargah ha un ospedale dove – come riferiscono fonti locali dell'Ong – sono già arrivati molti feriti in combattimenti tra talebani e forze della Coalizione che si sono verificati a circa 12 chilometri dalla città.
I talebani controllano quindi ormai tutta la provincia di Helmand, tranne il capoluogo ancora sotto controllo delle forze afgane e britanniche, ma ora circondato sia da nord che da sud.
E’ infatti fallita la massiccia offensiva aerea e terrestre lanciata nel fine settimana dalle forze Nato-Isaf britanniche nei distretti settentrionali della provincia per neutralizzare quelle che erano considerate la roccaforte settentrionali dei talebani.  
 
Truppe Gb a LashkargahE resistono nel nord. Nella valle di Sangin, circa 70 chilometri a nord di Lashkargah, cento soldati britannici erano da due settimane barricati in una caserma della polizia sotto attacco dei talebani. Avevano finito i viveri e le munizioni, e subito diverse perdite e molti feriti. Dopo diversi tentativi di organizzare dei ponti aerei, sabato mattina all’alba centinaia di truppe Usa hanno chiuso l’accesso settentrionale alla valle e altre centinaia di truppe Canadesi quello meridionale. Poi sono entrati in azione gli elicotteri Usa Apache, che hanno bombardato l’area per coprire il lancio di 300 paracadutisti britannici trasportati da elicotteri Chinook. Altrettanti, secondo gli informatori locali, dovevano essere i talebani da sorprendere con questo attacco a sorpresa. Ne hanno trovati, e uccisi, una decina in tutto. Gli altri erano tutti fuggiti tra le montagne durante la notte.
Situazione analoga nel vicino distretto di Naw Zad, dove le truppe britanniche continuano ad essere attaccate in forza dai talebani nonostante i continui bombardamenti aerei effettuati sui loro nascondigli. Giovedì mattina gli inglesi, caduti in un agguato talebano, hanno chiamato l’aviaizone Usa che è intervenuta con elicotteri Apache e bombardieri B-1, che hanno sganciato bombe da 250 chili sui villaggi della zona, uccidendo almeno 50 civili e centrando anche una scuola appena ricostruita dove, dicono, i talebani si erano appostati per sparare granate. E domenica, sempre a Naw Zad, per lo stesso motivo è stato bombardato anche l’ospedale locale.
 
Bombardiere Usa B-1Morire di fame o morire sotto le bombe Usa. Solo lunedì scorso, altri sessanta civili erano rimasti uccisi dalle bombe dei B-1 e dai missili degli Apache nei villaggi attorno a Tarin-Kot, nella vicina provincia di Uruzgan, altra regione da tempo sotto controllo dei talebani.
Queste stragi di civili non fanno che aumentare il risentimento popolare verso le truppe d’occupazione straniere e la simpatia verso la resistenza talebana, che ora offre un salario di 400 dollari al mese ai giovani dei poverissimi villaggi pashtun che si arruolano per combattere gli stranieri. Pochi mesi fa il salario offerto era di 100 dollari al mese. Non stupisce che le file talebane siano sempre più consistenti. Tanto più ora che – come ha denunciato ieri l’ufficio Onu di Kabul – la siccità, e la guerra, ha messo in ginocchio l’agricoltura in tutto il sud arido del paese dove milioni di persone sono a rischio carestia. Morire di fame o morire sotto le bombe Usa: queste sono le prospettive per gli abitanti dell’Afghanistan meridionale.
 

Raccolto da: moleskine81 a 08:05 | petali | commenti |
guerra e pace, rivolte, popoli, stragi, paese afghanistan

mercoledì, 12 luglio 2006
Altra strage...

India. Il colosso di domani

Bombe sui treni a Bombay: i morti sono almeno 190. L'ombra di Al Qaeda e l'irrisolta questione del Kashmir dietro l'attentato. Guida a un Paese che -nonostante tutto - cresce in fretta


Mentre il mondo occidentale guarda impaurito al boom economico della Cina, c’è un altro grande Paese che cresce in fretta. Stiamo parlando dell’India, protagonista negli ultimi otto anni di uno sviluppo insperato ed enorme. Tra il 1992 e il 2003 il prodotto interno lordo (Pil) è cresciuto a una media annua del 5,9 per cento. Una performance sensibilmente inferiore a quella realizzata da Pechino nello stesso arco di tempo (+ 9,3 per cento), ma infinitamente superiore a quella dell’Italia (+ 1,6 per cento) e della maggior parte dei Paesi Ue.

Ci sono però delle differenze sostanziali tra lo sviluppo economico indiano e quello cinese. Mentre il boom cinese è frutto del decollo industriale (e manifatturiero in particolare), l’India ha puntato sulla tecnologia del sapere e sull’informatica. Così, mentre il Pil cinese è originato al 50,1 per cento dall’industria, quello indiano è costituito al 50,5 per cento dai servizi.

Un colosso che cresce in fretta
Tutto comincia nel 1992, quando il governo vara un piano di crescita basato su cinque punti: investimenti, commercio, privatizzazioni, riassetto delle finanze e riforma fiscale. Dopo decenni di economia autarchica, l’India ha inoltre allacciato solide partnership economiche con Russia e Cina e ha aperto un dialogo (discreto ma costante) con gli Usa, il nemico di sempre.

Delocalizzare in India
E’ ormai noto a tutti che moltissime multinazionali hanno “delocalizzato” i propri call center in India, attratti dalla possibilità di assumere a basso costo personale che parla perfettamente inglese. Hanno fatto così la British Airways e Microsoft, ma anche l’agenzia di stampa Reuters, che ha trasferito in India alcune delle sue attività più importanti. Sempre in India si scrivono ormai i manuali di istruzioni dei computer e i biglietti di auguri natalizi di tutto il mondo. Un’attività di “content provider” poco conosciuta ma molto redditizia.

Cervelli indiani
Ma negli ultimi cinque anni è successo qualcosa di più importante. Oltre cento aziende scientifiche e tecnologiche hanno aperto laboratori di ricerca e di sviluppo in India, a caccia di idee e di cervelli. Sì, perché è dalle 250 università indiane (frequentate nel 2004 da ben 3,2 milioni di studenti) che escono i ricercatori farmaceutici e i programmatori più brillanti del mondo. Sembra quasi un paradosso, in un Paese in cui il 39 per cento degli adulti è analfabeta.

L’elettronica, inizialmente gestita dai militari, si è sviluppata prima a Bangalore, nel Sud, per poi diffondersi anche in aree tradizionalmente povere e prive di tradizioni industriali. Oggi è il fiore all’occhiello dell’economia indiana. Quello che manca sono le grandi infrastrutture (porti, autostrade) e reti efficienti nei campi dell’energia e delle telecomunicazioni. In questo settore, la Cina ha sicuramente investito di più e offre migliori credenziali agli investitori americani ed europei.

L’India nello spazio
Il governo di New Delhi ha stanziato 3,3 miliardi di dollari per un piano quinquennale di ricerca spaziale. Nel 2007 dovrebbe partire la prima missione indiana sulla Luna. Sono già in orbita sei  satelliti che monitorano i corsi d’acqua utilizzabili in agricoltura e raccolgono dati per la telemedicina e l’istruzione a distanza. Altri sette satelliti di comunicazione garantiscono la copertura televisiva del 90 per cento del territorio.

E’ proprio nel campo della comunicazione che l’India appare come un mercato immenso. I cellulari si stanno diffondendo molto rapidamente e un milione di persone sono già connesse a Internet. Tanto che Google ha aperto una sede a Bangalore e Hp sta studiando un sistema per rendere accessibile la rete anche a chi non parla inglese. Si tratta di una sfida colossale. Non bisogna infatti dimenticare che la lingua nazionale è l'hindu, ma ce ne sono altre 17 (Assamese, Bengali, Gujarati, Kannada, Kashmiri, Konkani, Malayalam, Manipuri, Marathi, Nepali, Oriya, Punjabi, Sanscrito, Sindhi, Tamil, Telugu, Urdu) ufficiali.

La borghesia indiana
L’India ha oltre un miliardo di abitanti e si calcola che la classe media crescerà del 24 per cento nei prossimi quattro anni. Oggi la borghesia indiana è costituita da circa 180 milioni di persone che ambiscono a un tenore di vita simile a quello dei Paesi occidentali. Crescono perciò i consumi e cresce il fabbisogno energetico. L’India guarda per questo all’Asia Centrale, dove ha stipulato di recente importanti accordi economici. In particolare, con il Kazakistan e il Tagikistan. L’India si impegna a fornire propri ingegneri e tecnici per la costruzione di strade, e si aspetta di ricevere in cambio gas, petrolio e acqua per centrali idroelettriche. L’India ha inoltre avviato un programma nucleare molto ambizioso. Sono in funzione dodici reattori e ne ha in cantiere altri sei. Sfruttando una piccola riserva di uranio e un’ingente riserva di torio, l’India sogna un’autonomia energetica che garantirebbe lo sviluppo anche delle aree più arretrate. 

Costi sociali enormi
La crescita economica è avvenuta tuttavia con costi sociali enormi. Dal 1990 al 1999 la spesa sanitaria è scesa dall’1,3 per cento del Pil allo 0,9 per cento. La povertà è scesa dal 36,19 per cento del 1993-94 al 26,10 per cento del 1999 – 2000, ma la disparità tra le regioni aumenta così come il numero complessivo dei poveri. Il 44,2 per cento della popolazione vive infatti con un reddito inferiore a un dollaro al giorno. Il Rapporto sullo sviluppo umano pone l’India al 115° posto. La mortalità infantile è in crescita tra le tribù e le caste a causa dell’espulsione dei poveri dal sistema sanitario pubblico e della deregolamentazione della sanità privata. Anche le risorse per l’istruzione sono state drasticamente ridotte.

Non solo. Il parlamento ha recentemente approvato una legge che introduce i brevetti sui farmaci e ostacola la produzione di medicinali a basso costo. Finora in India si producevano “imitazioni” di medicinali venduti a basso prezzo sia nel mercato interno sia all’estero (soprattutto in Africa). Ora però l’India si è dovuta adeguare alle regole sulla proprietà intellettuale imposte dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Diverse organizzazioni umanitarie temono che questo equivalga a una condanna a morte per milioni di persone che non potranno più acquistare a basso costo medicinali salvavita.

L’India sembra aver capito qual è la strada per lo sviluppo. Secondo la Banca di investimenti Goldman Sachs, nel 2050 sarà addirittura la terza economia mondiale dopo Cina e Stati Uniti. Gli enormi squilibri sociali rischiano però di farne un colosso dai piedi di argilla. In grado di volare nello spazio, ma incapace di garantire persino il diritto alla vita di centinaia di milioni di suoi cittadini.


India in cifre.
(Fonte: New Statesman, il Mondo in cifre 2006)

Popolazione
Superficie 3.287.263 kmq
Abitanti 1.086 miliardi
Crescita media annua della popolazione 1.55 per cento
Abitanti sotto i 15 anni 32.1 per cento
Abitanti sopra i 60 anni 7.9 per cento
Uomini ogni 100 donne 105
Speranza di vita 65 anni
Alfabetizzazione adulti 61.3 per cento
Tasso di fertilità (per donne) 3.1
Mortalità infantile 65 per mille
Città con più di 1 milione di abitanti 35
Popolazione urbana 28.3 per cento
Persone senza casa 1.9 milioni
Lingue ufficiali 16
Lingue parlate 415
Indiani nel mondo 20 milioni

Economia
Moneta Nupia indiana
Pil 600.6 miliardi di dollari
Pil pro capite 560 dollari
Origine del Pil Agricoltura 22 per cento, industria 27 per cento, servizi 51 per cento
Crescita media annua 6.2 per cento
Inflazione 3.8 per cento
Persone che vivono con meno di un dollaro al giorno 34.7 per cento
Persone che vivono con meno di due dollari al giorno 80 per cento
Testate nucleari (presunte) 75-110

Occupazione
Agricoltura 60 per cento
Industria 17 per cento
Servizi 23 per cento
Disoccupazione 11.6 per cento

Società
Numero di famiglie 199.4 milioni
Componenti per famiglia 5.3
Spesa sanitaria percentuale del Pil 6.1
Medici per mille abitanti 0.5
Accesso alla rete idrica 86 per cento
Linee telefoniche per cento abitanti 6.6
Computer per cento abitanti 0.7
Indiani che hanno preso l’aereo almeno una volta 1 per cento
Aumento del consumo di energia (1980-2002) 213 per cento
Aumento della emissione di CO2 (1990-2002) 50 per cento

Libri sull'argomento che puoi acquistare su iBS Italia



Antonello Sacchetti
12/07/2006


Raccolto da: moleskine81 a 09:53 | petali | commenti |
attentati, stragi, paese india

lunedì, 29 maggio 2006
Ultima ora dall'Afghanistan


Afghanistan - 2006-05-29 18:12:00
Emergency: 'Morti 4 dei 65 civili ricoverati'
Quattro dei 65 pazienti arrivati all'ospedale di Emergency a Kabul sono morti. A raccontarlo a PeaceReporter è Andrea Ghidini, logista di Emergency a Kabul. "Dei sessantacinque ricoverati, tutti con ferite da arma da fuoco, molti sono gravissimi. Quattro sono giunti qui in fin di vita, e sono morti appena arrivati in ospedale". "E' successo tutto abbastanza all'improvviso. Pare siano stati uomini dell'Isaf a cominciare tutto. Hanno sparato sulla folla che protestava per un banale incidente di macchina. Incidenti stradali che coinvolgono mezzi militari ne capitano spessissimo, perché i militari guidano in modo assolutamente criminale".

"Poco dopo, sono cominciate manifestazioni in tutta la città. E sono cominciati ad arrivare feriti nel nostro ospedale. La folla dei manifestanti attaccava qualsiasi macchina con a bordo internazionali. Anche intorno al nostro ospedale hanno sparato a lungo, almeno per tre ore. Nessuno di Emergency è stato coinvolto, né nelle sparatorie, né negli attacchi alle macchine".

In città i manifestanti hanno attaccato i check point della polizia afgana. "Parecchi posti di blocco - racconta Andrea - sono stati assaltati e dati alle fiamme. E i manifestanti hanno portato via le armi della polizia. Poi, ad un certo punto del pomeriggio, diciamo verso le due, anche l'esercito afgano si è messo a sparare sulla gente che manifestava disarmata".

Raccolto da: moleskine81 a 18:08 | petali | commenti |
stragi

Kabul in fiamme

Afghanistan - 29.5.2006
Kabul in fiamme
Popolazione in rivolta contro truppe Usa e governo dopo l’uccisione di civili da parte di marines
Auto della polizia in fiamme a KabulGli elicotteri militari Usa sorvolano una Kabul in rivolta, facendo lo slalom tra le colonne di fumo nero che si alzano dal centro della città, dove risuonano raffiche di mitra e urla di morte contro l’America e contro Karzai. I blindati delle truppe Nato sfrecciano per le strade deserte tra le carcasse di auto bruciate dai manifestanti che, nonostante il dispiegamento in forze dell’esercito afgano, dalla periferia sono confluiti verso il centro, hanno fatto irruzione nel parlamento e dato alle fiamme la sede della televisione di Stato spingendosi fino al palazzo presidenziale e all’ambasciata Usa, evacuata e difesa dai marines che sembra abbiano aperto il fuoco con le mitragliatrici. Ci sono morti, sembra almeno una trentina, e decine di feriti. La calma sembra tornata solo dopo ore di scontri.
 
Vittima del fuoco UsaLa goccia che ha fatto traboccare il vaso. Tutto è cominciato questa mattina in un poverissimo quartiere della periferia di Kabul, Khir Khana, quando un enorme autotreno militare Usa scortato da tre Humvee si è schiantato contro un’auto civile ferendone, forse uccidendone i passeggeri. Un incidente dovuto all’alta velocità a cui i convogli Usa viaggiano abitualmente, anche nelle aree civili e trafficate, per timore di agguati. O forse, come ha poi dichiarato il comando Usa, causato da un guasto ai freni del camion. Fatto sta che la gente del quartiere, evidentemente esasperata da simili incidenti, si è rivoltata contro i militari Usa e ha iniziato a lanciar sassi contro le loro camionette, urlando “Morte all’America!” e “Morte a Karzai”. I marines non hanno esitato a sparare, uccidendo e ferendo un imprecisato numero di civili, addirittura 30 secondo al Jazeera.
 
Intifada afganaKabul a ferro e fuoco. A quel punto,centinaia e poi migliaia di persone inferocite sono scese per le polverose strade sterrate della periferia di Kabul scandendo slogan anti-americani e anti-Karzai, bruciando le auto della polizia e lanciando sassi contro gli agenti subito intervenuti. Che hanno risposto aprendo il fuoco sui manifestanti, che nonostante questo si sono diretti verso il centro, lasciandosi dietro una scia di auto in fiamme. Hanno circondato il parlamento per poi farvi irruzione. Hanno appiccato il fuoco alla sede di Aryana Tv, la televisione di Stato. Hanno circondato l’ambasciata Usa, che nel frattempo era già stata evacuata. Hanno assaltato e bruciato alcuni commissariati di polizia mettendo in fuga gli agenti. Hanno cercato di dirigersi verso il palazzo presidenziale di Karzai. Hanno preso a sassate gli hotel di lusso frequentati dagli occidentali.
I giornalisti stranieri presenti in città riferiscono di raffiche di mitra provenienti da diverse zone del centro, sparate sia dai soldati Usa che dalla polizia e dall’esercito afgano.
 
Talebano ferito nel raid Usa della scorsa settimanaBombardamenti Usa al sud: 50 morti. Mentre Kabul brucia, dal sud del paese continuano a giungere notizie di guerra. Questa mattina l’aviazione Usa ha bombardato una moschea nella provincia di Helmand, distretto di Kajaki, uccidendo “una cinquantina di talebani” che vi stavano tenendo una “riunione”. L’ultimo raid aereo che doveva aver ucciso decine di “talebani”, una settimana fa, si è poi saputo che aveva ucciso almeno una trentina di civili, comprese donne e bambini.
Le ultime settimane sono state per l’Afghanistan le più sanguinose degli ultimi cinque anni, con centinaia di morti, battaglie campali, bombardamenti aerei, stragi di civili e attentati suicidi, in un clima di crescente insofferenza popolare verso le truppe d’occupazione straniere. L’Afghanistan è una bomba innescata, pronta a esplodere alla minima scintilla. La rivolta di oggi a Kabul lo dimostra al di là di ogni dubbio.
 
Il commento di Gino Strada. “Nonostante i giochi di parole – ha commentato il chirurgo di Emergency, Gino Strada –  l’Afghanistan è una paese occupato da forze militari straniere. E che io sappia, non esiste popolo al mondo a cui piaccia vivere sotto occupazione straniera. Gli afgani non fanno differenza”.  
 

Raccolto da: moleskine81 a 16:13 | petali | commenti |
guerra e pace, stragi

venerdì, 26 maggio 2006
Ingiustizia è fatta.

Ossezia del Nord - (Federazione Russa) - 26.5.2006
Beslan, ingiustizia è fatta
Ergastolo all’unico terrorista sopravvissuto. Così si chiude il processo sulla strage del 2004
Nurpashi KulayevIn un'affollatissima aula del tribunale di Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord, il giudice russo Tamerlan Aguzarov ha emesso questa mattina la sua sentenza conclusiva del processo sulla strage di Beslan del settembre 2004. L’unico imputato, il manovale ceceno venticinquenne Nurpashi Kulayev – il solo superstite del commando terrorista di 32 uomini che prese in ostaggio un migliaio di persone alla scuola n. 1 – è stato condannato alla pena di morte, convertita in ergastolo per la moratoria in vigore nella Federazione Russa. Subito dopo la proclamazione del verdetto, gli agenti hanno portato via Kulayev dalla gabbia di vetro in cui il giovane ha assistito all’udienza finale, mentre i parenti delle vittime presenti in aula si gettavano contro le pareti della gabbia, tempestandola di pugni.
 
La palestra (Foto E.Piovesana)Un capro espiatorio. Ma, al di là dello sfogo momentaneo, i parenti delle 330 vittime, in maggioranza bambini, della tragedia di Beslan sanno bene che Kulayev è solo il capro espiatorio in una vicenda che, dopo la sentenza di oggi, sembra destinata a non vedere mai puniti i veri responsabili di quel massacro, generato ovviamente dalla follia terrorista, ma perpetrato grazie alla connivenza della corrotta polizia locale, che consentì al commando terrorista di arrivare indisturbato a Beslan, e grazie al fondamentale contributo della follia militarista delle forze armate russe che, su ordine diretto del Cremlino, compirono contro quella scuola stipata di bambini non un blitz volto a salvare gli ostaggi ma una vera e propria azione di guerra condotta all’unico scopo di annientare il nemico, senza badare agli “effetti collaterali”.
 
Forze russe davanti alla scuolaIl primo colpo. Le testimonianze dei sopravvissuti, mai prese in considerazione dalla autorità russe, hanno fatto emergere gran parte di quella verità che il Cremlino ha sempre voluto nascondere: a sparare il primo colpo non furono i terroristi ma qualcuno da fuori e, soprattutto, a causare il crollo del tetto della palestra – in cui rimasero uccisi 300 bambini – non fu una bomba dei terroristi ma le granate incendiarie e i razzi sparati dalle forze armate russe.
“Ho parlato con molti ex ostaggi – raccontava a PeaceReporter Tamara Gestelova, insegnante della scuola fuggita subito, all’arrivo dei terroristi – e molti mi hanno detto di ricordare che uno di loro, che era stato costretto a sedersi su una bomba a libro, improvvisamente si accasciò come se fosse stato colpito da uno sparo proveniente dall’esterno. E cadendo fece scattare l’ordigno, che esplose innescando quella guerra”.
 
I BumblebeeIl crollo del tetto. “Lo scoppio di una delle bombe piazzate dai terroristi – ci raccontava la piccola Inna Zamaieva, una bambina sopravvissuta – non fece crollare il tetto della palestra ma scatenò un inferno di spari”. “I primi colpi”, aveva detto alla Novaya Gazeta Marina Karkuzashvili, una sopravvissuta, riferendosi alle cannonate sparate dai carri armati russi T-72 appostati in via Komintern, “danneggiarono i muri e mandarono in frantumi le vetrate della palestra, uccidendo molti ostaggi che stavano lungo le pareti. Non si scatenò però nessun incendio e il soffitto rimase intatto. Prese fuoco solo dopo, quando cominciarono a bombardarlo da fuori: in un attimo i pannelli di plastica s’incendiarono cadendo sulla gente, che prese fuoco all’istante. Bruciavano tutti come torce”.
Su quel tetto i russi spararono razzi da un elicottero da guerra Mi-24 (una corazzata volante assolutamente inadatta per operazioni ‘chirurgiche’) e granate incendiarie sparate con bazooka ‘Bumblebee’ da soldati appostati sul tetto del condominio n. 39 che sovrasta la scuola.
 
“Qui nessuno mette in dubbio – aveva raccontato a PeaceReporter Visarion Aseiev, un altro insegnante di Beslan – che la colpa di tutto sia dei terroristi e di chi li ha mandati e aiutati. Ma tutti hanno capito anche che quel giorno l’obiettivo delle forze russe era uccidere trenta banditi, non salvare centinaia di bambini e civili innocenti”. 

Raccolto da: moleskine81 a 17:44 | petali | commenti |
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